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    January 06

    NOTA BIOGRAFICA E PROFILO DELL’AUTORE

    Roberto Melchiorre, avvocato, appassionato di storiografia e narratore, è nato a L’Aquila il 25 aprile 1946.

    Trasferitosi con la famiglia di origine nel 1960 in Liguria, vi ha compiuto gli studi classici (ad Imperia ed Alassio) ed i primi anni della facoltà di Giurisprudenza (a Genova).

    Dal 1969 (con una parentesi dal gennaio 1970 al gennaio 1971, trascorsa sull’Appennino tosco-emiliano per motivi di salute) risiede a Roma, dove, presso l’Università La Sapienza, è stato allievo di S. Cotta  e di S. Satta, di F. Santoro-Passarelli, di G. Astuti e di A. M. Sandulli e si è laureato nel 1972 in diritto del lavoro con F. Santoro-Passarelli discutendo una tesi su La Democraticità nel Sindacato.

    Cattolico operante nella società civile, dopo un periodo in cui ha esercitato, con particolare cura  del settore della previdenza sociale, la professione legale (1972-1974), ha rivestito ruoli di diverso impegno ed importanza presso amministrazioni pubbliche di ogni tipo e dimensione (Azienda autonoma delle Ferrovie dello Stato, Ente Nazionale di Previdenza ed Assistenza Medici, Policlinico Umberto I, Unità Sanitarie Locali del Comune di Roma).

    Nel 1977-78 è stato segretario nazionale del Sindacato Autonomo dei Dipendenti E.N.P.A.M. (Ente nazionale di previdenza medici), aderente alla C.I.S.A.L.

    Ha insegnato dal 1982 al 1986 e nel 1991-92 materie giuridiche (diritto sanitario, legislazione sociale e medicina legale) presso i Centri didattici di alcune UU.SS.LL. della capitale.

    Più recentemente, è stato responsabile dell’Ufficio Studi della normativa sanitaria e direttore amministrativo del dipartimento di medicina legale presso l’Azienda U.S.L. RM/A, dove in passato ha diretto, tra gli altri, il Settore della Previdenza e della Quiescenza, quello amministrativo del Dipartimento di Salute Mentale, quello amministrativo della Medicina Generale e Pediatrica, nonché il I Distretto Amministrativo, comprendente l’intero territorio del centro di Roma.

    Ha scritto numerosi articoli (di storiografia, diritto, economia, giustizia, previdenza e sanità), pubblicati su varie riviste e quotidiani: Trentasette e Mezzo, organo ufficiale della F.I.A.L.S. - C.I.S.A.L., Rinnovamento Sanitario, mensile della F.I.A.L.S. – C.O.N.F.S.A.L., Sirene, mensile della sanità romana, diretto da G. Granito, Finanza Italiana, bimestrale economico-finanziario diretto da G. Vitangeli, L’Opinione, quotidiano diretto da A. Diagonale, Ragion Politica, trisettimanale on line diretto da G. Baget Bozzo.

    E’ autore del saggio La Concezione della Storia nel Novecento – pubblicato dalle Edizioni Scientifiche Limiti, Roma – 1994, recensito sulla rivista Trentasette e Mezzo da G. Romano, del saggio Ripensare il Sindacato – pubblicato da Carlo Marconi editore, Roma- 1998, recensito da F. M. D’Asaro sulla rivista Area, diretta da Marcello De Angelis, e del saggio Storia e scienze sociali – pubblicato dal medesimo Carlo Marconi editore, Roma – 2001, recensito da A. Forzoni sulla rivista Minerva Bancaria, diretta da F. Parrillo.

    Negli ultimi anni, rivalutata una concezione della storia intesa in parte in senso crociano come rientrante nella sfera dell’arte e sensibilizzato da alcune timide e recenti tendenze al ritorno alla storia narrativa, si è voluto cimentare  con una nutrita serie di Racconti, uno dei quali: “Un Palco all’Opera” ha vinto il concorso 2006 Porti Sepolti, promosso dalla rivista Orizzonti, ed è stato pubblicato nel IX vol.  dell’Antologia I Porti Sepolti.  Un secondo racconto: “Terrore sulla rotonda” ha vinto il medesimo concorso I Porti Sepolti per l’anno 2007, ed è stato pubblicato a giugno 2007 nel X volume della stessa antologia. Un’intera sua raccolta, intitolata “Sud e Nord” è stata pubblicata a giugno 2008 dalla casa editrice Aletti in seguito alla vincita del concorso “Alla ricerca dell’autore”. Il suo genere di racconti si avvicina molto a piccole, vere e proprie storie, partendo da fatti realmente accaduti, inquadrati in un preciso contesto temporale e sociale e sorretti da una trama, il cui sostegno ideologico e delle scienze sociali ed il contributo della fantasia prescindono dal riferimento al reale solo là dove non alterano la verità di fondo o la verosimiglianza o plausibilità degli avvenimenti.

    Per quanto riguarda il contenuto dei suoi scritti in genere (articoli, saggi e racconti), in campo sanitario ha ritenuto di individuare la fonte primaria dei difetti endemici del sistema italiano nella lievitazione apparentemente incontenibile della spesa e nella diffusa inefficienza delle prestazioni ed ha sostenuto che ogni possibile rimedio è imprescindibile dalla netta separazione fra la sanità pubblica (diretta e convenzionata) e quella privata, dalla incompatibilità dell’esercizio delle due attività da parte dei medesimi sanitari, dalla serietà dei controlli sull’attività sanitaria convenzionata o accreditata, dal freno all’estensione illimitata e gratuita dei beneficiari extra-comunitari.

    In materia previdenziale ha contestato il ritmo frenetico imposto alla riforma delle pensioni di anzianità dei pubblici dipendenti e la lesione delle legittime aspettative di coloro che si trovavano alle soglie della pensione e se la sono vista negare, perché vessatorie e inutili ai fini della riduzione della spesa pubblica. I pubblici dipendenti, infatti,  trattenuti forzatamente in servizio devono essere comunque retribuiti, e con stipendi sicuramente superiori a quelli delle pensioni da loro maturate. Ha auspicato, invece, una riforma graduale e lenta delle pensioni di vecchiaia, parallela all’aumento della vita media della popolazione, che uniformi e protragga per tutti l’età pensionabile. Ha contestato il massacro dei trattamenti pensionistici che, con la riduzione delle aliquote e soprattutto con l’introduzione del sistema contributivo al posto di quello retributivo, renderà presto la generalità delle pensioni del tutto inadeguate ad affrontare le esigenze della terza età.

    In ambito sindacale ha ritenuto antiquato e superabile l’atteggiamento ostinatamente antagonista, che ha storicamente opposto i lavoratori ai datori di lavoro, giustificando e fomentando una lotta sorda ed infinita, quasi che gli interessi delle due classi siano sempre e necessariamente contrastanti, ed ha sostenuto che attraverso uno spirito di solidarietà tra i due fronti possa perseguirsi l’obiettivo di una maggiore produzione, congiunta ad una più ampia distribuzione della ricchezza. Ha ritenuto, altresì, che i compiti del sindacato non dovessero essere limitati alla tutela dei lavoratori dipendenti, ma riguardare in genere tutti i problemi del lavoro, nella loro più ampia accezione, comprendento, quindi, quelli dei pensionati, dei disoccupati e dei precari. Ha sostenuto che la loro funzione si guardasse dal difendere soprattutto le categorie più forti, trascurando quelle più deboli e legittimando una situazione di ingiustizia sempre più marcata.

    In tema di giustizia ha ritenuto che il sistema della separazione dei poteri adottato dalla nostra Costituzione fosse già all’origine sbilanciato a favore del potere giudiziario, il solo che, a differenza di quello legislativo e di quello esecutivo, potesse autocontrollarsi. La situazione è stata aggravata dalla abolizione della immunità parlamentare a tal punto, da consentire una eccessiva spavalderia dei magistrati, una crescente inefficienza della giustizia ed un ostacolo costante alla governabilità del paese da parte delle forze democraticamente elette. Ha ritenuto, altresì, che tra i rimedi da adottare, importante sia, oltre al ripristino delle garanzie per il Parlamento ed alla elettività dei giudici, una netta separazione dell’attività giudiziaria vera e propria dalle attività investigativa e di iniziativa dell’azione giudiziaria, le quali ultime dovrebbero essere attribuite al potere esecutivo, con il trasferimento dei pubblici ministeri nei ruoli ed alle dipendenze del dicastero della giustizia o di quello degli interni.

    Nel settore dell’economia ha soprattutto evidenziato la perniciosità della crescita costante della pressione fiscale, ritenuta la peggiore delle malattie sociali ed il cancro degli stati occidentali e dell’Italia in particolare. Essa, lungi dall’assicurare, soprattutto in Italia, servizi migliori a favore dei cittadini, comincia, oltre un certo limite (il 25%?), a soffocare la produzione nazionale. Favorisce, inoltre, la corruzione degli amministratori pubblici, accresce il loro potere ed i loro privilegi,  riduce in modo vieppiù intollerabile l’autonomia e la libera scelta dei cittadini, limita la competitività internazionale del paese, incentiva la speculazione finanziaria e spinge al protezionismo ed alla guerra tra i popoli. Proietta, infine, nelle fasce della povertà sempre maggiori fasce di popolazione, quelle più esposte ai controlli ed alle sanzioni, a favore di categorie che più facilmente, e tanto più quanto più alta è la pressione fiscale, possono evadere il fisco. Ha evidenziato, altresì, la rigidità verso il basso della medesima pressione fiscale, la quale, inesorabilmente crescente a causa della progressività delle imposte dirette, collegata più al reddito nominale che a quello reale, al di là di ogni proclama elettorale, anche quello più sincero, non permette mai di tornare ai precedenti livelli di pressione e alimenta stoltamente spese correnti, inutili, a pioggia, di natura clientelare e demagogica. Ha evidenziato che in Italia, a differenza degli altri paesi europei caratterizzati da alta pressione fiscale, la protezione sociale dai rischi è notevolmente carente, specie con  riferimento alla disoccupazione, agli assegni familiari, alla cura e all’assistenza agli anziani. Al secondo posto delle malattie gravi dell’economia nazionale, dell’Italia in particolare, ha collocato il debito pubblico, il ricorso al quale, se utile in momenti di speciale bisogno o per accrescere gli investimenti pubblici e dare nuovo impulso all’economia in fase di acute crisi, costituisce normalmente un grave limite alla capacità di governo del paese e comporta necessariamente una grave ingiustizia sociale, in quanto il peso degli interessi sul debito grava più sulle fasce dei lavoratori dipendenti, facilmente aggredibili dal fisco, e favorisce le categorie più ricche e privilegiate, che possono godere delle rendite dei loro titoli e del più favorevole trattamento fiscale. Ha individuato un ulteriore grave limite all’espandersi dell’economia nazionale nella preconcetta avversione delle politiche degli ultimi decenni allo sviluppo dell’energia nucleare, di per sè la più redditizia, autonoma e, a parità di rendimento,  la meno inquinante. Ha ritenuto utile, per combattere la disoccupazione tecnologica, una riduzione generalizzata della settimana lavorativa e uno sviluppo delle attività economiche collegate al tempo libero.

    Molti sono, in diritto, i temi da lui affrontati, ma i più importanti riguardano da un lato l’insensatezza della recente legislazione del lavoro, che ha creato le più svariate forme di precariato, dall’altra la cecità delle norme limitative delle libertà individuali. Il precariato, sempre più diffuso in Italia, specie fra i giovani, a differenza della mobilità di altri paesi più vicini del nostro alla piena occupazione (ad esempio gli Stati Uniti), crea una categoria di cittadini di secondo ordine, diffonde il senso di incertezza e di smarrimento, impedisce una programmazione della propria esistenza, spegne la speranza nel futuro,  inibisce la possibilità di assumere impegni importanti e di lunga durata (matrimoni, nascite, acquisti di abitazioni), comprime l’economia generale e mina le fondamenta di una convivenza civile e pacifica. D’altra parte, le norme limitative delle libertà individuali, riguardanti soprattutto i cittadini regolarmente censiti, le fasce dei contribuenti facilmente controllabili, i lavoratori dipendenti, i proprietari di immobili, di automobili, i detentori di depositi bancari e i titolari di telefono, hanno superato largamente i limiti entro i quali una nazione può ritenersi libera. Fisco eccessivo, telecamere a circuito chiuso, intercettazioni telefoniche ed ambientali, tracciabilità delle transazioni, divieti e limiti eccessivi alla circolazione ed alla sosta degli autoveicoli, incentivi alle delazioni, normativa vincolistica delle locazioni, pignoramenti facili di immobili e mobili registrati anche a fronte di semplici contravvenzioni restringono notevolmente l’area delle libertà civili e favoriscono il ritorno ad uno stato di polizia. Paradossalmente, in Italia godono di maggiore tutela le categorie di irregolari ed i criminali, per i quali l’esigenza di rieducazione e di reinserimento nella società, costituzionalmente garantita, sembra prevalere su quella della certezza della pena. Anche i clandestini e gli extra-comunitari, per lo più privi di residenza e di fissa dimora possono facilmente sfuggire a tutte le regole, esercitare il commercio abusivamente, evadere il fisco, occupare appartamenti altrui senza pagare il canone e le bollette, guidare autoveicoli senza patente e sotto l’effetto dell’alcool e della droga, non pagare le contravvenzioni, sfuggire agli arresti, occupare gratuitamente il suolo pubblico, edificare senza concessione e nel totale dispregio di tutte le norme di sicurezza.

    In materia di storiografia l’autore ha rilevato che nel corso del Novecento, che costituisce l’oggetto specifico del suo campo di indagine, le ideologie imperanti nella prima metà del secolo, lo storicismo e l’attualismo, sono entrate successivamente in crisi profonda perché compromesse o comunque incapaci a contrastare o evitare i regimi totalitari e le conflagrazioni mondiali. Anche il marxismo, cominciato ad entrare in crisi in ritardo, una prima volta e temporaneamente dopo le rivelazioni da parte di Kruscev dei crimini di Stalin, è successivamente naufragato con la caduta del muro di Berlino e le dimostrazione che i paesi del comunismo reale hanno prodotto ovunque miseria ed oppressione. Anche le correnti prevalenti nella seconda metà del secolo (Past and Present, Annales, Econometria, Nuova Storia), pur allargando il campo di indagine alle scienze sociali, alla microstoria, alla quantificazione, alla indagine seriale, alla lunga durata, hanno risposto insufficientemente, con le loro velleità neopositiviste, alle esigenze di una storiografia che possa dare spiegazioni convincenti ed indicazioni valide ad affrontare il mondo globalizzato che si è presentato alle soglie del Duemila. Non sono riuscite, infatti, a trovare regole epistemologiche nuove generalmente condivise, né leggi della storia immutabili e scientificamente verificabili. Solo il timido ritorno ad una storia narrativa, conscia dei mezzi forniti dalle scienze sociali, ma sensibile anche alla considerazione della capacità dell’uomo di essere, almeno in parte, libero ed imprevedibile protagonista di un proprio comune destino, filosoficamente identificabile, può segnare un periodo di nuova vitalità della storiografia, augurabile al XXI secolo.

    Per i laici potrebbe ritenersi un parziale ritorno al Croce, da un lato alla storia rientrante nella sfera dell’arte, dall’altro alla storia intesa come realizzazione in fieri o svolgimento della Ragione del mondo, inscindibile, quindi, da una concezione filosofica, in questo caso immanentista.

    Per i credenti la storia potrebbe ugualmente rientrare da una parte nella sfera dell’arte, in quanto descrizione narrativa di una trama, nella quale avrebbe spazio, oltre il contesto sociale e temporale, una parziale libertà dell’uomo, e dall’altra nella sfera della filosofia, di una filosofia trascendentale, intesa, ad esempio, come processo di realizzazione della storia  della salvezza del mondo, da e verso un principio superiore, il suo alfa e il suo omega.

    In una concezione siffatta il racconto storico si può avvicinare notevolmente al racconto letterario, con la sola differenza sostanziale che il primo narra di fatti realmente accaduti, il secondo di avvenimenti anche immaginari, ma con molte, importanti particolarità in comune.

     

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