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    October 21

    GLI IPOCRITI DIFENSORI DELLA COSTITUZIONE

    di Roberto Melchiorre

     

    In tema di misure atte ad uscire dall’attuale crisi finanziaria ed economica, paragonabile per gravità e durata solo alla grande depressione del 1929, si suole spesso invocare la necessità di un urgente ricorso alle riforme, che non sempre vengono, tuttavia, meglio specificate. Le divergenze riguardano, più che altro, i tempi della loro attuazione, ritenuti da taluno urgenti, da altri in qualche modo rinviabili.

    In mancanza di indicazioni più precise, sembra ad ogni modo che tutti vogliano alludere alle riforme di cui normalmente si parla sulla stampa o che sono state oggetto di tentativi recenti, più o meno riusciti, di provvedimenti legislativi. Le riforme da adottare dovrebbero riguardare, pertanto, il lavoro, le istituzioni, la pubblica amministrazione e la completa sua digitalizzazione, il sistema elettorale, le pensioni, la giustizia, la scuola e l’università, il conflitto di interessi, dei quali da lungo tempo si parla, o la riduzione delle aliquote fiscali, il regolamento del risparmio e della borsa, le norme sulla sicurezza e sull’immigrazione, la cui esigenza è emersa con forza più recentemente.

    Indipendentemente dalle riforme in parte già attuate e dalla maggiore o minore adeguatezza di queste e di quelle ancora da attuare a risolvere i problemi creati o aggravati dalla crisi, spesso del tutto assente, unanime risulta il grido dei commentatori e dei politici a difesa della intangibilità della Costituzione, specialmente della sua prima parte, quella che contiene l’enunciazione dei cc.dd. principi inviolabili, riaffermati, dopo e contro il crollato regime fascista, dai padri fondatori della repubblica italiana.

    Più possibilisti appaiono i commentatori e le forze politiche nei riguardi della seconda parte della Costituzione, quella concernente l’ordinamento e l’organizzazione dello Stato, che potrebbero e dovrebbero essere, sotto alcuni aspetti, anche importanti, modernizzati.

    Mentre i riferimenti alle riforme dell’ordinamento e dell’organizzazione dello Stato sono abbastanza precisi, le allusioni rimangono più frequentemente nel vago quando si parla dei principi inalienabili e intangibili.

    Per esigenze di chiarezza, pare allora opportuno specificare quali siano i principi fondamentali tutelati dalla carta costituzionale.

    I più generali, proclamati nei primi quattro articoli, sono indubbiamente la Democrazia, la Libertà, l’Uguaglianza, il Lavoro.

    Essi si traducono, nel dettaglio, in una serie di diritti più particolari, che hanno effettivamente reintrodotto e realizzato, nella vita sociale e quotidiana del paese, il  clima di libertà, precedentemente conculcato.

    Tra i più importanti, si possono annoverare il diritto ad un lavoro dignitoso e sufficiente (artt.1 e 4), l’uguaglianza di fronte alla legge (art. 3), la inviolabilità del domicilio (art. 14), la libertà e la segretezza della corrispondenza (art. 15), la libertà di circolazione (art. 16), la libertà di stampa (art. 21), il diritto alla difesa (art. 24), il diritto ad una retribuzione sufficiente (art. 36), il diritto all’assicurazione contro la disoccupazione, l’invalidità, gli infortuni e la vecchiaia (art. 38), il diritto alla proprietà privata (art. 42), la progressività del sistema tributario (art. 53). A quelli citati possono aggiungersi altri diritti tutelati da alcune cc.dd. norme generali dello stato o dai principi fondamentali dell’ordinamento giuridico, che, anche se non contenute direttamente nella carta costituzionale, sono pur sempre espressione di quei principi di Democrazia, Libertà, Eguaglianza e diritto al Lavoro, in essa preliminarmente affermati; così si può dire per la irretroattività delle imposizioni tributarie, di cui all’art. 3 della L. 212/2000 (c.d. statuto dei diritti del contribuente); per la irretroattività della legge penale (art. 2 c.p.); per la presunzione di innocenza, conseguente alla norma (art. 27 II c. Cost.) per cui nessuno può considerarsi colpevole fino alla sentenza definitiva di condanna; per le norme sulla giustizia amministrativa e per quelle sul “giusto processo”, che intendono porre lo stato ed il cittadino su un piano di eguaglianza processuale.

    Anche dalla semplice elencazione di questi concreti diritti fondamentali risaltano immediatamente agli occhi le più evidenti modifiche già ad essi apportate, e la generale ipocrisia della propaganda politica e della pubblicistica corrente.

    Il diritto al lavoro, grazie al progresso economico ed al clima politico moderato dei primi due decenni del dopoguerra, aveva raggiunto negli ultimi decenni del secolo scorso un grado soddisfacente di realizzazione, nel presupposto che il lavoratore non dovesse essere considerato solo un elemento del tutto variabile del sistema economico, alla stregua delle merci e dei prezzi, ma che avesse anche una valenza autonoma, una dignità propria, di peso maggiore degli altri, se non un valore assolutamente autonomo, quale fine e non strumento dell’attività economica. I risultati più positivi avevano riguardato una certa stabilità dei rapporti, una relativa pace sociale, un benessere diffuso, la trasformazione di una società agricola in una società industriale, il potenziamento delle imprese, una ridotta incidenza del tasso di disoccupazione, una generale fiducia nel futuro.

    Le norme sul precariato, dal c.d. pacchetto Treu alla c.d. legge Biagi, da quelle sulle co.co.co. (collaborazioni coordinate e continuate), a quelle sui lavori interinali e in affitto, sui lavori occasionali, sulle collaborazioni esterne e su tutte le altre forme di lavoro instabile, che avrebbero dovuto favorire le imprese e al contempo ridurre la disoccupazione, dopo un breve periodo illusorio non hanno retto all’impatto con la grande crisi: le aziende chiudono i battenti; i lavoratori vengono posti in cassa integrazione e licenziati; la disoccupazione ha raggiunto livelli intollerabili; i giovani non trovano lavoro; dilaga il lavoro non pagato (anche nelle forme ipocrite del c.d. volontariato o degli stage) o malpagato; il futuro appare troppo spesso incerto.

    Contro il principio della inviolabilità del domicilio sono spropositatamente aumentati, in anni recenti, i poteri degli uffici finanziari, che possono ora effettuare ispezioni indiscriminate, anche indipendentemente dal mandato della autorità giudiziaria (v. d.p.r. 131/86; d.p.r. 917/86; D.Lgs. 471/97); sono aumentate le intercettazioni ambientali; risultano, d’altra parte, tollerate le occupazioni abusive di case altrui.

    Contro il principio di eguaglianza di fronte alla legge, accanto al moltiplicarsi dei divieti, sono proliferati trattamenti di favore, esenzioni e permessi riservati alle diverse categorie di cittadini privilegiati, tanto da trasformare i centri cittadini da luoghi liberi in zone riservate a pochi fortunati. Macroscopica appare, altresì, la posizione di forza dello stato e della pubblica amministrazione di fronte ad un cittadino che per brevi ritardi nei pagamenti è sottoposto a sanzioni pecuniarie draconiane e ad interessi usuranti, mentre lo stato e la pubblica amministrazione possono permettersi impunemente di effettuare i rimborsi dovuti agli inermi cittadini con ritardi scandalosi.

    Contro la libertà e la segretezza della corrispondenza è aumentato smisuratamente il ricorso alle intercettazioni telefoniche e si prospettano incrementi delle intercettazioni nella corrispondenza informatica.

    Contro la libertà di circolazione proliferano pedaggi autostradali, di tangenziali e di bretelle, di trafori e di viadotti, per l’accesso ai parchi naturali, per l’ingresso alle città d’arte, per l’attraversamento dei valichi alpini; sono diventate usuali le zone a traffico limitato dei centri urbani, sono dilagate le strisce blu per i parcheggi a pagamento, sono aumentate le video camere ai semafori, le telecamere a circuito chiuso agli accessi ai centri storici e in tutti i luoghi pubblici e privati; sono state formate squadre specializzate (i cc. dd. “ausiliari del traffico”) che, sostenute da un apparato pubblico da guerra, costituiscono il primo esempio di vere e proprie ronde private, alla caccia di cittadini non clandestini, ma facilmente individuabili dai pubblici registri automobilistici.

    Contro la libertà di stampa, sono state introdotte sanzioni, pecuniarie e detentive, sempre più pesanti per i giornalisti che pubblicano notizie ritenute riservate, ma evidentemente già diffuse dai detentori; perdurano le norme sulla cosiddetta par condicio, che riservando un eguale trattamento a grandi e piccole organizzazioni politiche, mortificano, di fatto, quelle maggiormente rappresentative.

    Contro il diritto alla difesa giocano le cosiddette sanzioni ridotte in materia fiscale e di circolazione stradale per coloro che rinunciano a ricorrere alla giustizia; ciò equivale a dire che coloro che si avvalgono del diritto alla difesa sono costretti a pagare per rappresaglia sanzioni più pesanti, spesso raddoppiate o moltiplicate. Gioca, altresì, contro il diritto alla difesa, l’inversione dell’onere della prova previsto per le contravvenzioni al codice della strada ed ora per alcuni reati finanziari, per cui, contro il dettato costituzionale, il cittadino si considera colpevole fino a che non dimostri la sua innocenza.

    Contro il diritto ad una retribuzione dignitosa e sufficiente, così come contro il diritto alle assicurazioni sociali, giocano tutte le norme che favoriscono il lavoro precario, spesso privo di sufficienti garanzie sia in corso di rapporto, sia in caso di perdita del lavoro. In particolare, contro il diritto alle pensioni giocano molte delle ripetute riforme sulla materia, specialmente quelle che hanno sostituito il regime retributivo con quello contributivo, che renderà in breve le pensioni del tutto inadeguate ad assicurare una vita libera e dignitosa.

    Contro il diritto alla proprietà privata incidono le norme vincolistiche sulle locazioni, che impongono tipicità di contratti e durate prestabilite; le norme che impongono moratorie nei procedimenti di sfratto; quelle che allargano le possibilità di confische, di requisizioni, di pignoramenti e di sequestri degli immobili e del patrimonio mobiliare, a volte estesi anche a beni altrui, riconducibili in qualche modo alle persone indagate, e riguardanti persino casi di semplici ammende per violazione al codice della strada.

    Contro il diritto alla proprietà privata grava soprattutto la pesante pressione fiscale che, avendo raggiunto la percentuale media del Pil del 44%, pesa sui redditi di molti individui anche in percentuali molto più elevate: si tratta di una espropriazione quasi totale.

    Contro il principio della progressività del sistema fiscale incidono le norme che hanno sensibilmente ridotto la distanza tra le aliquote Irpef minime e quelle massime, le norme che prevedono aliquote fisse per le imposte sui consumi, le quali gravano in misura maggiore sulle categorie disagiate, che hanno notoriamente una maggiore propensione al consumo, nonché le norme sulla proprietà infruttifera e quelle sui semplici trasferimenti, che pesano in modo più intollerabile sui redditi bassi.

    Contro il principio della irretroattività della imposizioni tributarie costituisce una grave eccezione la norma (art. 10 L. 289/2002) che ha prolungato il periodo della prescrizione per le imposte soggette a condono fiscale e non condonate.

    Contro il segreto bancario è ormai generalizzata la possibilità degli uffici finanziari di accedere alle registrazioni dei conti, esteso l’obbligo della tracciabilità delle transazioni e sempre più perseguita la via di contrastare con ogni mezzo alcuni paradisi fiscali.

    In sintesi, le riforme che meglio potrebbero contrastare la crisi economica e finanziaria, come la riduzione della pressione fiscale, come la riforma delle regole sul risparmio, le banche e le borse e come quella che concerne la punizione dei responsabili della crisi, tardano ad essere perseguite. Quelle che potrebbero incidere su una migliore organizzazione delle istituzioni e dello Stato, come quella sulla elezione diretta del presidente del consiglio, quella sulla pubblica amministrazione, quella sulla giustizia e sulla tutela del parlamento e del governo dalle interferenze della magistratura politicizzata, quella sulle elezioni della camera e del senato e sulla reintroduzione delle preferenze, quelle sulle riduzioni delle spese improduttive (abolizione delle province, accorpamenti dei piccoli comuni, riduzione del numero dei parlamentari) tardano ad essere realizzate o sono realizzate in modo parziale.

    Contrariamente a quanto auspicato e preteso da tutti, la maggior parte delle riforme adottate, sia pure subdolamente o inavvertitamente, dall’uno o dall’altro schieramento politico, hanno riguardato soprattutto quei princìpi sempre dichiarati intoccabili.

    Il rischio reale è che la crisi possa riprendere, non sufficientemente contrastata il suo corso, forse lungo e doloroso, che lo Stato continui a riformare in modo impercettibile la prima parte della Costituzione, anziché l’ordinamento e le istituzioni, il risparmio e la borsa, la pressione fiscale. Il cittadino avvertirà sempre di più l’oppressione dello Stato, soprattutto quella fiscale, che limiterà la sua libertà di scelta. In ultima analisi, soffriranno la Democrazia, la Libertà, l’Uguaglianza, il Lavoro ed il benessere sociale, con tutte le loro derivazioni e specificazioni, ossia proprio quei principi inviolabili che tanto ipocritamente si sostiene di voler difendere.

     

    January 06

    NOTA BIOGRAFICA E PROFILO DELL’AUTORE

    Roberto Melchiorre, avvocato, appassionato di storiografia e narratore, è nato a L’Aquila il 25 aprile 1946.

    Trasferitosi con la famiglia di origine nel 1960 in Liguria, vi ha compiuto gli studi classici (ad Imperia ed Alassio) ed i primi anni della facoltà di Giurisprudenza (a Genova).

    Dal 1969 (con una parentesi dal gennaio 1970 al gennaio 1971, trascorsa sull’Appennino tosco-emiliano per motivi di salute) risiede a Roma, dove, presso l’Università La Sapienza, è stato allievo di S. Cotta  e di S. Satta, di F. Santoro-Passarelli, di G. Astuti e di A. M. Sandulli e si è laureato nel 1972 in diritto del lavoro con F. Santoro-Passarelli discutendo una tesi su La Democraticità nel Sindacato.

    Cattolico operante nella società civile, dopo un periodo in cui ha esercitato, con particolare cura  del settore della previdenza sociale, la professione legale (1972-1974), ha rivestito ruoli di diverso impegno ed importanza presso amministrazioni pubbliche di ogni tipo e dimensione (Azienda autonoma delle Ferrovie dello Stato, Ente Nazionale di Previdenza ed Assistenza Medici, Policlinico Umberto I, Unità Sanitarie Locali del Comune di Roma).

    Nel 1977-78 è stato segretario nazionale del Sindacato Autonomo dei Dipendenti E.N.P.A.M. (Ente nazionale di previdenza medici), aderente alla C.I.S.A.L.

    Ha insegnato dal 1982 al 1986 e nel 1991-92 materie giuridiche (diritto sanitario, legislazione sociale e medicina legale) presso i Centri didattici di alcune UU.SS.LL. della capitale.

    Più recentemente, è stato responsabile dell’Ufficio Studi della normativa sanitaria e direttore amministrativo del dipartimento di medicina legale presso l’Azienda U.S.L. RM/A, dove in passato ha diretto, tra gli altri, il Settore della Previdenza e della Quiescenza, quello amministrativo del Dipartimento di Salute Mentale, quello amministrativo della Medicina Generale e Pediatrica, nonché il I Distretto Amministrativo, comprendente l’intero territorio del centro di Roma.

    Ha scritto numerosi articoli (di storiografia, diritto, economia, giustizia, previdenza e sanità), pubblicati su varie riviste e quotidiani: Trentasette e Mezzo, organo ufficiale della F.I.A.L.S. - C.I.S.A.L., Rinnovamento Sanitario, mensile della F.I.A.L.S. – C.O.N.F.S.A.L., Sirene, mensile della sanità romana, diretto da G. Granito, Finanza Italiana, bimestrale economico-finanziario diretto da G. Vitangeli, L’Opinione, quotidiano diretto da A. Diagonale, Ragion Politica, trisettimanale on line diretto da G. Baget Bozzo.

    E’ autore del saggio La Concezione della Storia nel Novecento – pubblicato dalle Edizioni Scientifiche Limiti, Roma – 1994, recensito sulla rivista Trentasette e Mezzo da G. Romano, del saggio Ripensare il Sindacato – pubblicato da Carlo Marconi editore, Roma- 1998, recensito da F. M. D’Asaro sulla rivista Area, diretta da Marcello De Angelis, e del saggio Storia e scienze sociali – pubblicato dal medesimo Carlo Marconi editore, Roma – 2001, recensito da A. Forzoni sulla rivista Minerva Bancaria, diretta da F. Parrillo.

    Negli ultimi anni, rivalutata una concezione della storia intesa in parte in senso crociano come rientrante nella sfera dell’arte e sensibilizzato da alcune timide e recenti tendenze al ritorno alla storia narrativa, si è voluto cimentare  con una nutrita serie di Racconti, uno dei quali: “Un Palco all’Opera” ha vinto il concorso 2006 Porti Sepolti, promosso dalla rivista Orizzonti, ed è stato pubblicato nel IX vol.  dell’Antologia I Porti Sepolti.  Un secondo racconto: “Terrore sulla rotonda” ha vinto il medesimo concorso I Porti Sepolti per l’anno 2007, ed è stato pubblicato a giugno 2007 nel X volume della stessa antologia. Un’intera sua raccolta, intitolata “Sud e Nord” è stata pubblicata a giugno 2008 dalla casa editrice Aletti in seguito alla vincita del concorso “Alla ricerca dell’autore”. Il suo genere di racconti si avvicina molto a piccole, vere e proprie storie, partendo da fatti realmente accaduti, inquadrati in un preciso contesto temporale e sociale e sorretti da una trama, il cui sostegno ideologico e delle scienze sociali ed il contributo della fantasia prescindono dal riferimento al reale solo là dove non alterano la verità di fondo o la verosimiglianza o plausibilità degli avvenimenti.

    Per quanto riguarda il contenuto dei suoi scritti in genere (articoli, saggi e racconti), in campo sanitario ha ritenuto di individuare la fonte primaria dei difetti endemici del sistema italiano nella lievitazione apparentemente incontenibile della spesa e nella diffusa inefficienza delle prestazioni ed ha sostenuto che ogni possibile rimedio è imprescindibile dalla netta separazione fra la sanità pubblica (diretta e convenzionata) e quella privata, dalla incompatibilità dell’esercizio delle due attività da parte dei medesimi sanitari, dalla serietà dei controlli sull’attività sanitaria convenzionata o accreditata, dal freno all’estensione illimitata e gratuita dei beneficiari extra-comunitari.

    In materia previdenziale ha contestato il ritmo frenetico imposto alla riforma delle pensioni di anzianità dei pubblici dipendenti e la lesione delle legittime aspettative di coloro che si trovavano alle soglie della pensione e se la sono vista negare, perché vessatorie e inutili ai fini della riduzione della spesa pubblica. I pubblici dipendenti, infatti,  trattenuti forzatamente in servizio devono essere comunque retribuiti, e con stipendi sicuramente superiori a quelli delle pensioni da loro maturate. Ha auspicato, invece, una riforma graduale e lenta delle pensioni di vecchiaia, parallela all’aumento della vita media della popolazione, che uniformi e protragga per tutti l’età pensionabile. Ha contestato il massacro dei trattamenti pensionistici che, con la riduzione delle aliquote e soprattutto con l’introduzione del sistema contributivo al posto di quello retributivo, renderà presto la generalità delle pensioni del tutto inadeguate ad affrontare le esigenze della terza età.

    In ambito sindacale ha ritenuto antiquato e superabile l’atteggiamento ostinatamente antagonista, che ha storicamente opposto i lavoratori ai datori di lavoro, giustificando e fomentando una lotta sorda ed infinita, quasi che gli interessi delle due classi siano sempre e necessariamente contrastanti, ed ha sostenuto che attraverso uno spirito di solidarietà tra i due fronti possa perseguirsi l’obiettivo di una maggiore produzione, congiunta ad una più ampia distribuzione della ricchezza. Ha ritenuto, altresì, che i compiti del sindacato non dovessero essere limitati alla tutela dei lavoratori dipendenti, ma riguardare in genere tutti i problemi del lavoro, nella loro più ampia accezione, comprendento, quindi, quelli dei pensionati, dei disoccupati e dei precari. Ha sostenuto che la loro funzione si guardasse dal difendere soprattutto le categorie più forti, trascurando quelle più deboli e legittimando una situazione di ingiustizia sempre più marcata.

    In tema di giustizia ha ritenuto che il sistema della separazione dei poteri adottato dalla nostra Costituzione fosse già all’origine sbilanciato a favore del potere giudiziario, il solo che, a differenza di quello legislativo e di quello esecutivo, potesse autocontrollarsi. La situazione è stata aggravata dalla abolizione della immunità parlamentare a tal punto, da consentire una eccessiva spavalderia dei magistrati, una crescente inefficienza della giustizia ed un ostacolo costante alla governabilità del paese da parte delle forze democraticamente elette. Ha ritenuto, altresì, che tra i rimedi da adottare, importante sia, oltre al ripristino delle garanzie per il Parlamento ed alla elettività dei giudici, una netta separazione dell’attività giudiziaria vera e propria dalle attività investigativa e di iniziativa dell’azione giudiziaria, le quali ultime dovrebbero essere attribuite al potere esecutivo, con il trasferimento dei pubblici ministeri nei ruoli ed alle dipendenze del dicastero della giustizia o di quello degli interni.

    Nel settore dell’economia ha soprattutto evidenziato la perniciosità della crescita costante della pressione fiscale, ritenuta la peggiore delle malattie sociali ed il cancro degli stati occidentali e dell’Italia in particolare. Essa, lungi dall’assicurare, soprattutto in Italia, servizi migliori a favore dei cittadini, comincia, oltre un certo limite (il 25%?), a soffocare la produzione nazionale. Favorisce, inoltre, la corruzione degli amministratori pubblici, accresce il loro potere ed i loro privilegi,  riduce in modo vieppiù intollerabile l’autonomia e la libera scelta dei cittadini, limita la competitività internazionale del paese, incentiva la speculazione finanziaria e spinge al protezionismo ed alla guerra tra i popoli. Proietta, infine, nelle fasce della povertà sempre maggiori fasce di popolazione, quelle più esposte ai controlli ed alle sanzioni, a favore di categorie che più facilmente, e tanto più quanto più alta è la pressione fiscale, possono evadere il fisco. Ha evidenziato, altresì, la rigidità verso il basso della medesima pressione fiscale, la quale, inesorabilmente crescente a causa della progressività delle imposte dirette, collegata più al reddito nominale che a quello reale, al di là di ogni proclama elettorale, anche quello più sincero, non permette mai di tornare ai precedenti livelli di pressione e alimenta stoltamente spese correnti, inutili, a pioggia, di natura clientelare e demagogica. Ha evidenziato che in Italia, a differenza degli altri paesi europei caratterizzati da alta pressione fiscale, la protezione sociale dai rischi è notevolmente carente, specie con  riferimento alla disoccupazione, agli assegni familiari, alla cura e all’assistenza agli anziani. Al secondo posto delle malattie gravi dell’economia nazionale, dell’Italia in particolare, ha collocato il debito pubblico, il ricorso al quale, se utile in momenti di speciale bisogno o per accrescere gli investimenti pubblici e dare nuovo impulso all’economia in fase di acute crisi, costituisce normalmente un grave limite alla capacità di governo del paese e comporta necessariamente una grave ingiustizia sociale, in quanto il peso degli interessi sul debito grava più sulle fasce dei lavoratori dipendenti, facilmente aggredibili dal fisco, e favorisce le categorie più ricche e privilegiate, che possono godere delle rendite dei loro titoli e del più favorevole trattamento fiscale. Ha individuato un ulteriore grave limite all’espandersi dell’economia nazionale nella preconcetta avversione delle politiche degli ultimi decenni allo sviluppo dell’energia nucleare, di per sè la più redditizia, autonoma e, a parità di rendimento,  la meno inquinante. Ha ritenuto utile, per combattere la disoccupazione tecnologica, una riduzione generalizzata della settimana lavorativa e uno sviluppo delle attività economiche collegate al tempo libero.

    Molti sono, in diritto, i temi da lui affrontati, ma i più importanti riguardano da un lato l’insensatezza della recente legislazione del lavoro, che ha creato le più svariate forme di precariato, dall’altra la cecità delle norme limitative delle libertà individuali. Il precariato, sempre più diffuso in Italia, specie fra i giovani, a differenza della mobilità di altri paesi più vicini del nostro alla piena occupazione (ad esempio gli Stati Uniti), crea una categoria di cittadini di secondo ordine, diffonde il senso di incertezza e di smarrimento, impedisce una programmazione della propria esistenza, spegne la speranza nel futuro,  inibisce la possibilità di assumere impegni importanti e di lunga durata (matrimoni, nascite, acquisti di abitazioni), comprime l’economia generale e mina le fondamenta di una convivenza civile e pacifica. D’altra parte, le norme limitative delle libertà individuali, riguardanti soprattutto i cittadini regolarmente censiti, le fasce dei contribuenti facilmente controllabili, i lavoratori dipendenti, i proprietari di immobili, di automobili, i detentori di depositi bancari e i titolari di telefono, hanno superato largamente i limiti entro i quali una nazione può ritenersi libera. Fisco eccessivo, telecamere a circuito chiuso, intercettazioni telefoniche ed ambientali, tracciabilità delle transazioni, divieti e limiti eccessivi alla circolazione ed alla sosta degli autoveicoli, incentivi alle delazioni, normativa vincolistica delle locazioni, pignoramenti facili di immobili e mobili registrati anche a fronte di semplici contravvenzioni restringono notevolmente l’area delle libertà civili e favoriscono il ritorno ad uno stato di polizia. Paradossalmente, in Italia godono di maggiore tutela le categorie di irregolari ed i criminali, per i quali l’esigenza di rieducazione e di reinserimento nella società, costituzionalmente garantita, sembra prevalere su quella della certezza della pena. Anche i clandestini e gli extra-comunitari, per lo più privi di residenza e di fissa dimora possono facilmente sfuggire a tutte le regole, esercitare il commercio abusivamente, evadere il fisco, occupare appartamenti altrui senza pagare il canone e le bollette, guidare autoveicoli senza patente e sotto l’effetto dell’alcool e della droga, non pagare le contravvenzioni, sfuggire agli arresti, occupare gratuitamente il suolo pubblico, edificare senza concessione e nel totale dispregio di tutte le norme di sicurezza.

    In materia di storiografia l’autore ha rilevato che nel corso del Novecento, che costituisce l’oggetto specifico del suo campo di indagine, le ideologie imperanti nella prima metà del secolo, lo storicismo e l’attualismo, sono entrate successivamente in crisi profonda perché compromesse o comunque incapaci a contrastare o evitare i regimi totalitari e le conflagrazioni mondiali. Anche il marxismo, cominciato ad entrare in crisi in ritardo, una prima volta e temporaneamente dopo le rivelazioni da parte di Kruscev dei crimini di Stalin, è successivamente naufragato con la caduta del muro di Berlino e le dimostrazione che i paesi del comunismo reale hanno prodotto ovunque miseria ed oppressione. Anche le correnti prevalenti nella seconda metà del secolo (Past and Present, Annales, Econometria, Nuova Storia), pur allargando il campo di indagine alle scienze sociali, alla microstoria, alla quantificazione, alla indagine seriale, alla lunga durata, hanno risposto insufficientemente, con le loro velleità neopositiviste, alle esigenze di una storiografia che possa dare spiegazioni convincenti ed indicazioni valide ad affrontare il mondo globalizzato che si è presentato alle soglie del Duemila. Non sono riuscite, infatti, a trovare regole epistemologiche nuove generalmente condivise, né leggi della storia immutabili e scientificamente verificabili. Solo il timido ritorno ad una storia narrativa, conscia dei mezzi forniti dalle scienze sociali, ma sensibile anche alla considerazione della capacità dell’uomo di essere, almeno in parte, libero ed imprevedibile protagonista di un proprio comune destino, filosoficamente identificabile, può segnare un periodo di nuova vitalità della storiografia, augurabile al XXI secolo.

    Per i laici potrebbe ritenersi un parziale ritorno al Croce, da un lato alla storia rientrante nella sfera dell’arte, dall’altro alla storia intesa come realizzazione in fieri o svolgimento della Ragione del mondo, inscindibile, quindi, da una concezione filosofica, in questo caso immanentista.

    Per i credenti la storia potrebbe ugualmente rientrare da una parte nella sfera dell’arte, in quanto descrizione narrativa di una trama, nella quale avrebbe spazio, oltre il contesto sociale e temporale, una parziale libertà dell’uomo, e dall’altra nella sfera della filosofia, di una filosofia trascendentale, intesa, ad esempio, come processo di realizzazione della storia  della salvezza del mondo, da e verso un principio superiore, il suo alfa e il suo omega.

    In una concezione siffatta il racconto storico si può avvicinare notevolmente al racconto letterario, con la sola differenza sostanziale che il primo narra di fatti realmente accaduti, il secondo di avvenimenti anche immaginari, ma con molte, importanti particolarità in comune.

     

    July 25

    Giustizia da riformare

     

    di Roberto Melchiorre 

    pubblicato su www.ragionpolitica.it il 24 luglio 2008

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    La tentazione di eliminare il re, il capo o, comunque, coloro che detengono il potere è forte e di antica data, quanto la tendenza ad attribuire loro o alla loro cupidigia le cause di tutti i propri mali o delle proprie miserie, o quanto il desiderio di conquistare violentemente un potere, altrimenti irrangiungibile. Senza voler richiamare i grandi esempi della storia, quali quelli offerti dall'uccisione di Giulio Cesare, di Carlo I di Inghilterra, di Luigi XVI o dei Romanov, è più significativo, per comprendere la situazione italiana, ricordare quelli desunti dalle vicende del nostro stato nazionale, dall'unificazione ad oggi.

    Fra i primi, G. Giolitti dovette subire, nel 1893, una ingiusta accusa, che lo voleva coinvolto nello scandaloso fallimento della Banca Romana, e che lo tenne per molto tempo lontano dal governo. Più eclatanti furono le vicende che portarono alle cruente eliminazioni di re Umberto I, di G. Gentile e di B. Mussolini, massacrato con la sua amante ed esposto al ludibrio del popolo con molti suoi gerarchi in Piazza Loreto a Milano. Più vicine ai tempi attuali sono le vicende successive alla proclamazione della Repubblica. Basti ricordare la campagna giornalistica diffamatoria condotta dal giornale Candido nei confronti di A. De Gasperi, la ventilata accusa di voler sostenere un colpo di stato rivolta ad A. Segni, la campagna scandalistica condotta dalla giornalista C. Cederna nei confronti di G. Leone, la prigionia e l'uccisione di A. Moro ad opera delle brigate rosse, gli attacchi e le accuse del partito comunista italiano nei confronti di F. Cossiga.

    Recentemente, il fenomeno del giustizialismo nei confronti di uomini politici ha assunto, però, caratteri patologici e di cronicità. Dal tempo di mani pulite, quando, per l'opera di alcuni giudici, non insensibili agli schieramenti politici, è crollato un intero sistema politico, con l'eliminazione sostanziale dei due partiti, la Democrazia cristiana ed il Partito socialista, sui quali quel sistema si fondava, e con la decapitazione di molti suoi dirigenti, primo fra tutti B. Craxi, il furore giustizialista non si è più arrestato. Anche dopo la caduta della I repubblica e dei due partiti che all'epoca potevano ostacolare la presa del potere da parte del partito comunista l'opera dei giudici è proseguita imperterrita.

    Il desiderio di vendetta e di persecuzione ha inseguito per oltre dieci anni quel simbolo del sistema caduto, che sembrava volesse sopravvivere alle sue ceneri, impersonato da G. Andreotti, accusato con la bizzarra imputazione di aver baciato il capo della mafia Totò Riina e con quella infamante e falsa di essere stato il mandante dell'omicidio Pecorelli. Ma l'infaticabilità e la costanza dei giudici con sospetto di accentuata sensibilità politica, goffamente ispirate al modello delle purghe staliniane, si sono espresse al meglio nei confronti del personaggio che inaspettatamente, alla caduta del sistema democristiano, ha saputo cogliere il momento giusto per colmare il grande vuoto e per impedire la presa del potere da parte dei comunisti: Silvio Berlusconi. Egli detiene sicuramente il record del numero degli attacchi giudiziari e dei processi intentati in tutti i tempi contro un leader politico. Egli detiene, altresì, il record delle assoluzioni dalle accuse caparbiamente e parossisticamente rivoltegli da giudici, molti dei quali in forte odore di eccessiva simpatia politica per i partiti a lui avversi.

    Nei riguardi di una «giustizia» siffatta non vi è persona, oggi, in Italia, che possa negare con serenità di giudizio la necessità di una correzione e di una riforma. Quali sono le anomalie principali che hanno consentito ad uno dei fondamentali poteri costituzionali, quello giudiziario, di prendere il sopravvento sul Parlamento e sul Governo? Alla base di ogni altro difetto particolare è, a parere di chi scrive, l'eccessiva autonomia della magistratura, rafforzata dalla sua irrevocabilità, e l'abolizione di altre garanzie costituzionali, quali l'immunità parlamentare, poste a difesa degli altri organi costituzionali.

    Il Parlamento risponde periodicamente al popolo, che lo conferma o lo cambia, a seconda dei risultati conseguiti, ogni cinque anni. Il governo risponde al parlamento, il quale gli accorda o gli nega la fiducia. La magistratura non risponde a nessuno. La carriera del giudice è a vita; egli è inamovibile ed è soggetto solo alla legge. Ma anche la legge è attivata tramite la promozione dell'azione penale dei pubblici ministeri, che sono giudici essi stessi, e che, nonostante la c.d. obbligatorietà dell'azione penale, scelgono oggetti, tempi e modi della sua attivazione; la legge è, inoltre, interpretata dai giudici che, specialmente nei primi stadi del giudizio, usano spesso eccessiva disinvoltura o leggerezza, come ben dimostrano le innumerevoli sentenze che rigettano gli iniziali teoremi accusatori. I parlamentari, inoltre, vengono giudicati dai giudici, appartenenti ad un diverso organo. Anche i ministri vengono giudicati dai giudici, appartenenti ad un diverso organo. I giudici vengono giudicati anch'essi dai giudici, collegati ad essi da spirito di corpo, non solo per i loro reati, ma anche per le nomine, le carriere, le responsabilità civili, disciplinari e penali.

    Lo squilibrio fra i poteri dello stato risulta, a questo punto, evidente, e va necessariamente corretto. Da questa fondamentale anomalia deriva che, nonostante il principio della c.d. obbligatorietà dell'azione penale e della eguaglianza di tutti i cittadini davanti alla legge, la obbligatorietà viene esercitata con indagini a tappeto, controlli penetranti della finanza, intercettazioni telefonche ambientali, fumose e false accuse prevalentemente nei confronti dei politici, quasi mai nei confronti dei magistrati, che, se coinvolti, si scoprono appartenere per lo più a gruppi non legati a quelli dominanti nell'ambito della categoria.

    A fronte di questo accentuato attivismo nell'azione penale nei confronti dei politici risalta con la massima evidenza la inerzia e la lentezza degli altri processi penali, per non parlare di quelli civili, che tanta sfiducia da parte dei cittadini hanno alimentato nei confronti dei giudici. Se fondamentale è che la magistratura rimanga, per quanto riguarda il giudizio, autonoma e soggetta solo alla legge (quella vigente, non quella da loro auspicata) ogni altro privilegio è ingiustificato. La obbligatorietà dell'azione penale e la eguaglianza di fronte alla legge non vanno disgiunte da un altro principio fondamentale, quello della terzietà del giudice. Per questo il giudice deve essere distinto non solo dal difensore (l'avvocato), ma anche dall'accusatore (il pubblico ministero).

    Non basta, quindi, la separazione delle carriere fra pubblici ministeri e giudici giudicanti. Il pubblico ministero non deve far parte dell'ordinamento giudiziario, ma è più giusto che per nomina, carriera, trasferimenti, disciplina e decadenza sia inquadrato nell'ambito di un ministero, della Giustizia o degli Interni. Potrebbe egualmente, sempre nei limiti del possibile, ispirarsi ai criteri della obbligatorietà dell'azione penale e della eguaglianza di fronte alla legge. Ma dove le umane forze non fossero sufficienti a indagare e perseguire tutte le notizie di reato, è più logico che le «priorità» vengano fissate con criteri politici generali, piuttosto che con criteri di lotta per la supremazia fra i poteri dello Stato. La supremazia, infatti, è inequivocabilmente attribuita dalla Costituzione al Parlamento.

    Fondamentale è, inoltre, rimediare alla più vistosa anomalia della irresponsabilità del giudice assicurata dalla sua assoluta autonomia, inamovibilità ed irrevocabilità. Se è giusto che i giudici debbano superare un esame o, comunque, possedere idonei titoli professionali, nell'ambito dei soggetti idonei essi devono essere scelti democraticamente dal popolo, attraverso il voto, e devono avere durata non superiore a quella degli altri organi costituzionali. Chiara apparirebbe, in tal caso, l'opportunità di ridurre il ruolo del Consiglio Superiore della Magistratura. Solo con queste riforme potrà terminare la pietosa lotta fra poteri che ha funestato e sta funestando da oltre quindici anni la vita della repubblica, con un organo arroccato nei suoi privilegi e nelle sue rendite di posizione. Solo così i giudici potranno essere efficacemente richiamati ai loro doveri e giudicare con maggiore serenità e, finalmente, con la dovuta tempestività, pena la mancata loro riconferma.

    Roberto Melchiorre

    March 27

    PAR CONDICIO: E’ VERA EGUAGLIANZA?

     

    Roma, 1 aprile 2006

     

    Si fa un gran parlare di par condicio. Da quando Berlusconi “è sceso in campo”, nel 1993, l’argomento torna di attualità ad ogni tornata elettorale, con una vis polemica inusitata, al limite della faziosità più ottusa.

    C’è chi vorrebbe abolirla; chi vorrebbe applicarla anticipatamente; chi vorrebbe che fosse applicata soprattutto all’avversario politico.

    Alcuni si chiedono, e la gente dovrebbe chiederselo più seriamente, quali siano il significato, la portata e la validità di una disciplina che, introdotta per la prima volta nel 1993, è attualmente contenuta in una Legge del 2000, la n. 28, dal titolo Disposizioni per la parità di accesso ai mezzi d informazione durante le campagne elettorali e referendarie e per la comunicazione politica.

    In estrema sintesi, la Legge sembra volersi proporre l’obiettivo di garantire durante le competizioni elettorali una parità di trattamento ed una imparzialità nell’uso dei mezzi di informazione rispetto a tutti i soggetti politici (art. 1).

    A tal fine, sancisce che i messaggi politici, in periodo elettorale, sono ammessi nelle reti nazionali solo se autogestiti e gratuiti.

    Essi devono, inoltre, presentare liste e programmi; possono durare da uno a tre minuti per le tv; possono essere trasmessi in non più di quattro contenitori al giorno (sei per le emittenti locali), ed al massimo due al giorno per soggetto politico; devono essere divisi in modo eguale tra i partiti e le liste in competizione.

    La Legge stabilisce, in sostanza, oltre al principio, di per sé sufficiente a garantire parità di opportunità, della gratuità dell’accesso ai mezzi di comunicazione più importanti, una serie di limitazioni nei riguardi dei contenuti, della durata, del numero, del sistema di gestione dei messaggi, degli spazi dove essi possono trovare ospitalità, ed un eguale trattamento verso tutti i soggetti politici, piccoli o grandi che siano.

    Nell’introdurre tali criteri e siffatte limitazioni, la normativa sembra volersi ispirare a principi generalissimi e sacrosanti, contenuti anche nella nostra Carta costituzionale, soprattutto a quelli di eguaglianza e di libertà di pensiero, di cui la libertà di stampa è una specificazione.

    Giustamente, quindi, il Presidente della Repubblica, sempre sensibile ai più alti principi di giustizia e di libertà, sarebbe intervenuto nell’agone politico, ancor prima che esso sia ufficialmente iniziato, ed anzi con una certa propensione ad anticipare i tempi dello scioglimento delle Camere e della indizione delle elezioni, anche se l’art 85 della Costituzione prevede, in caso di “ingorgo elettivo” per la coincidente scadenza del mandato delle Camere e del Presidente della Repubblica, non un anticipo dello scioglimento delle Camere, ma una proroga dei poteri del Presidente.

    Sennonché, è lecito dubitare dell’ispirazione genuina della Legge della par condicio a quei sacrosanti principi naturali e costituzionali, segnatamente dell’eguaglianza e della libertà di pensiero e di stampa.

    Per non rischiare di essere troppo influenzato e travolto dalla vis polemica innescata dalle due inaspettate vittorie (del 1994 e del 2001) di Berlusconi sulle coalizioni catto-comunisteggianti, cercherò di richiamare definizioni dottrinarie e sentenze della Corte Costituzionale risalenti a tempi non sospetti, quando ancora l’antiberlusconismo viscerale e dilagante non inquinava ogni pensiero, ogni azione, ogni notizia.

    Secondo il costituzionalista Carlo Cereti, nel suo classico volume di Diritto Costituzionale edito dalla UTET nel 1966, il principio di eguaglianza contenuto nell’art. 3 della Costituzione, conformemente ad una giurisprudenza già allora consolidata della Corte Costituzionale (sentenze 26 gennaio 1957, n. 28; 14 luglio 1958, n. 52; 14 luglio 1961,n. 42; 27 febbraio 1963, n. 155) andava inteso nel senso che: ad eguaglianza di condizioni soggettive ed oggettive deve corrispondere eguaglianza di trattamento legislativo, mentre non vanno pareggiate situazioni oggettivamente diverse, perché il principio di eguaglianza vieta che si dettino leggi diseguali per casi eguali e leggi eguali per casi diseguali.

    A riguardo della libertà di pensiero e di stampa, secondo il medesimo Cereti, lo Stato ha il dovere di astenersi dall’inquisire sulle convinzioni interne dell’individuo e dal collegare ad esse menomazioni e responsabilità di sorta; lo Stato deve lasciare ad ogni uomo la libertà di pensiero, perché è da ritenersi che il pensiero abbia il suo massimo e più fecondo sviluppo quando sia libero da coazioni esterne; d’altra parte, il pensiero tende per sua natura a manifestarsi ed a ricevere la comunicazione del pensiero altrui, senza di che non potrebbe ulteriormente svilupparsi e perfezionarsi. Nasce da qui la tutela costituzionale delle persone di manifestare esternamente e di comunicare ad altri il proprio pensiero con la parola, lo scritto ed ogni altro mezzo di diffusione.

    La libertà di stampa è, quindi, connessa con la libertà di pensiero, poiché la stampa, solo se libera, può adempiere la sua essenziale funzione di mediatrice e di interprete tra il popolo ed i poteri costituiti, e non può, quindi, essere soggetta ad autorizzazioni e censure (art. 21 Cost.).

    La libertà di stampa si estende alle manifestazioni del pensiero non soltanto attraverso lo scritto, ma con qualsiasi mezzo atto a riprodurle e destinato alla loro diffusione (art. 21 Cost.).

    Dopo siffatti sani richiami alla nostra dottrina più solida ed alla giurisprudenza tradizionale, oltre che alla lettera ed allo spirito della nostra Costituzione, molti dubbi possono nutrirsi sulla nobiltà e sulla legittimità costituzionale della Legge sulla par condicio, soprattutto nei punti in cui equipara il più insignificante soggetto politico al partito più rappresentativo del popolo italiano e là dove ritiene di poter limitare entro schemi rigidi e precostituiti l’espressione del pensiero e l’esposizione dei fatti.

    Qualche domanda è anche lecito porsi, da semplici cittadini, sulla opportunità di alcuni recenti interventi del Presidente della Repubblica, supremo garante della Costituzione, e sulla sua assoluta imparzialità nel presente agone politico.

    Qualche certezza sulla mala fede dei partiti di sinistra è lecito nutrire, soprattutto se alle gravi limitazioni della Legge essi intendono aggiungerne altre, pretendendo un anticipo della censura ed un’estensione di questa alle comunicazioni del Governo e del Presidente del Consiglio.

     

    Roberto Melchiorre

    DEBOLI CON I PREPOTENTI, FEROCI CON I DEBOLI‏‏

     

    Roma, 10 marzo 2008

    Fra le tante eredità disastrose  che il governo Prodi lascerà a quello successivo non è certo la meno dannosa una sorta di mentalità perniciosa che, da un lato, ha favorito e coltivato tolleranza e accondiscendente inettitudine nei confronti di alcune categorie di prepotenti e, dall’altro, ispirato ferocia nei confronti di categorie più deboli ed esposte, divenute un nuovo anello debole della società italiana.

    Alcuni esempi tipici, che il lettore può riconoscere come veri per la frequenza con la quale si presentano ai suoi occhi, possono contribuire a chiarire meglio l’affermazione premessa.

    Recentemente, in provincia di Roma, nei pressi di Fiumicino, lungo una strada stretta e priva di protezione per i pedoni e gli utenti in attesa alla fermata dello scuolabus, un automobilista alla guida di una Fiat Stilo, procedente a velocità folle, ha provocato un incidente a catena ed una strage di 5 persone, travolte dal ribaltamento di una delle autovetture coinvolte. Non solo la pericolosità della strada e della fermata dell’autobus, ma anche l’abitudine del pilota ad una guida spericolata erano state più volte segnalate alle forze dell’ordine, rimaste inerti ed indifferenti.

    In altra occasione, a Roma, un’autovettura che trasportava una persona invalida, con il contrassegno da handicappato ben esposto sul cruscotto, ha percorso un breve tratto di strada riservata ai mezzi pubblici in via Gioberti, in direzione di Via Giolitti. La solita pattuglia di ausiliari alle dipendenze dell’azienda tranviaria, ben appostata, priva di paletta e di fischietto, nonché di apparecchio elettronico indicante le targhe delle vetture abilitate al passaggio, senza tentare di contestare sul posto la pretesa infrazione, come richiesto dalla regola, senza controllare neppure al rientro in ufficio i numeri delle vetture autorizzate, ha elevato, come mille altre volte, un’ammenda di 70 €. L’invalido è stato costretto a recarsi a viale Ostiense, presso la U.O. Sanzioni Amministrative, munito di contrassegno, di documenti e dichiarazioni, e perdere, unitamente al suo accompagnatore, una intera mattinata, in mezzo al traffico della strada ed alla folla in attesa agli sportelli, per farsi eventualmente annullare, dopo 330 giorni di attesa e con l’onere di conservare per cinque anni la ricevuta del ricorso, la sanzione pecuniaria ingiustamente comminata.

    Tutto questo a causa della tracotanza delle forze dell’ordine.

    Quotidianamente a Roma, in viale Regina Elena, nel tratto antistante il muro divisorio del complesso policlinico Umberto I, come anche in viale delle Province ed in via Ravenna, nei pressi di piazza Bologna, file interminabili di bancarelle improvvisate di “vu cumprà” ripetono una scena visibile in ogni altra zona di quasi tutte le città d’Italia: cittadini stranieri, soprattutto extracomunitari, più o meno muniti di permesso di soggiorno, sostano perennemente esercitando commerci abusivi, ostacolando il cammino dei pedoni sui marciapiedi, la sosta delle auto ai bordi delle carreggiate, la salita e la discesa dei passeggeri sulle vetture delle autolinee urbane.

    Tutto questo, nella più totale assenza e tolleranza dei vigili urbani e delle altre forze dell’ordine.

    In contraccambio, quotidianamente ed implacabilmente, in ogni strada di ogni città d’Italia, schiere di cosiddetti ausiliari del traffico, in realtà esattori di tasse abusive, taccheggiano gli indifesi automobilisti che posteggiano ai lati delle strade, ignari che il codice vieta, all’art. 7, parcheggi a pagamento lungo le carreggiate o in assenza, nella zona, di un congruo numero di posti gratuiti.

    Per un lunghissimo periodo a Roma, in via Catania, la palazzina sita al n. civico 9 è stata occupata abusivamente da extracomunitari e clandestini. Sono state necessarie proteste collettive, manifestazioni, raccolte di firme degli abitanti del quartiere per ottenere, dopo anni di palese illegalità, prepotenza e disdoro, la liberazione dell’immobile e la sua restituzione al legittimo proprietario. Immediatamente dopo, gli stessi sloggiati hanno provveduto ad occupare stabilmente nelle vicinanze la sede del vecchio ospedale Regina Elena, non custodito sufficientemente, e lo hanno fregiato di un enorme striscione rivendicante il diritto incondizionato alla casa per tutti, nella più totale indifferenza delle autorità.

    A fronte di tanta impunità ed arroganza il Sig. Antonio Rossi (nome di fantasia), proprietario di un appartamento di due stanze in Ladispoli, cittadina di mare in provincia di Roma, affittato per un mese estivo nel lontano 2004, non è più rientrato in possesso della sua casa e non ha potuto più riscuotere alcun fitto. Essa è stata subaffittata  dall’inquilino a cittadini stranieri. Il giudice civile, al quale il proprietario si è rivolto per ottenere la casa in restituzione, indugia da anni, nominando periti, disertando le udienze, rinviando ripetutamente la sentenza. Analogamente, le autorità di pubblica sicurezza, più volte investite degli aspetti penali dell’occupazione abusiva di quell’appartamento da parte di stranieri sconosciuti, con il pretesto del segreto istruttorio non hanno mai dato al proprietario alcuna notizia. In realtà, non risulta che si siano minimamente interessati della questione.

    Frequentemente è dato leggere sui giornali di persone condannate per reati di pedofilia in libera circolazione che violentano nuovamente bambini, ergastolani in licenza premio che rapinano e uccidono, pericolosi mafiosi in attesa di giudizio liberati dal carcere per decorrenza dei termini della custodia preventiva.

    A fronte di situazioni di questo genere, incredibilmente permissive, si riscontrano troppo spesso comportamenti persecutori nei confronti dei contribuenti, degli automobilisti e dei piccoli proprietari.

    In effetti, un contribuente che ha tardato anche di un solo giorno il versamento dell’IRPEF è sottoposto ad una sanzione che, ragguagliata ad un anno, può raggiungere percentuali di gran lunga superiori all’interesse chiesto dal peggiore usuraio in circolazione; l’automobilista colpito da sanzione amministrativa ingiusta che decide di ricorrere alla giustizia rischia di dover pagare sanzioni pressoché raddoppiate; il pensionato proprietario di un appartamento che ingenuamente decide di sopraelevare la rete che divide il suo giardino da quello del vicino senza il preventivo pagamento della tassa connessa alla presentazione della DIA rischia sanzioni pecuniarie di oltre 500,00 €, a volte superiori  alla sua pensione mensile.

    Dal quadro che emerge dagli esempi offerti risulta che, accanto alle classiche tipologie di emarginati pacifici ed onesti, mai sufficientemente assistiti e protetti (anziani, disoccupati, disagiati mentali, senzatetto…) nonostante una pressione fiscale che sfiora ormai il 50% del PIL, crescono nuove categorie di deboli ed indifesi (contribuenti, automobilisti, pensionati, piccoli proprietari), appartenenti a categorie che non molto tempo fa si ritenevano privilegiate, e che oggi, pur continuando a sostenere con le loro tasse le fondamenta della società, sono inesorabilmente perseguitati e sono meno protetti degli antichi poveri, per non parlare dei delinquenti. Accanto a loro prosperano e sono protette categorie di prepotenti, che spesso godono di esagerate garanzie o di un particolare tipo di immunità (clandestini, delinquenti, occupanti abusivi, veri o falsi nullatenenti), derivante da leggi permissive e dalla ignavia nei loro confronti delle autorità pubbliche  e delle forze dell’ordine, che preferiscono colpire il cittadino regolare, solo perché è più facile individuarlo e ghermirlo.

    Roberto Melchiorre

    November 28

    Le libertà perdute

    di Emanuela Melchiorre - 24 novembre 2007

    comparso su www.ragionpolitica.it

    Da molti anni sembra essersi affievolita la reazione al regime fascista che, unitamente ad altri fattori positivi, ha ispirato, nell'immediato dopoguerra, alcuni principi fondamentali posti a base della carta costituzionale. Non tutti gli istituti nati su quell'onda emotiva, però, si sono dimostrati nel tempo interamente positivi. Gli esempi più evidenti di una reazione esagerata all'odiato regime fascista sono un parlamento costituito da due camere con identiche funzioni e composte da troppi membri, produttore di innumerevoli leggi e di spese illimitate; un presidente del consiglio dai poteri limitati e un governo caduco e privo del pieno controllo delle spese pubbliche; un potere oltremodo frammentato fra governo, regioni, province e comuni; una magistratura completamente autonoma e spesso in contrasto con il governo; un'originaria legge elettorale proporzionale pura.

    Effetti certamente positivi ha prodotto, invece, la riaffermazione di alcune libertà fondamentali. Si tratta, fra le più importanti, delle libertà economica, di pensiero e di parola, di informazione, di circolazione, della tutela della proprietà e della sfera privata, dell'inviolabilità del domicilio. Tali diritti, riaffermati dalla Costituzione, avevano restituito al cittadino una sensazione di generale libertà e posto giusti limiti alla tentazione dello stato di sacrificare la dignità dei singoli. Sennonché, lentamente, e quasi impercettibilmente, è iniziato, ad un certo momento, un processo contrario, che, limitando progressivamente le libertà riconosciute come sacre e inviolabili, sta sempre più riaffermando una preponderanza delle esigenze dello stato, che di fatto restringono il campo delle libertà costituzionali.

    Prima fra tutte le limitazioni è la crescente pressione fiscale, che tende inesorabilmente a superare la metà del reddito prodotto, se è vero che lo stato incassa attualmente il 43,1% del Pil e che stima intorno ad un ulteriore 25% la quota che ne dovrebbe ancora prelevare, perché frutto di evasione fiscale secondo le leggi attuali. A fianco di questa macroscopica limitazione dell'attività economica dei cittadini, un processo più capillare di compressione delle scelte si è sviluppato in modo sempre più intollerabile. Già la riforma sanitaria, iniziata negli anni Settanta, che pure ha esteso il diritto alla salute a tutti i cittadini, ha comportato, con l'obbligo di scegliere il medico di base solo nell'ambito del luogo di residenza, una prima obbiettiva difficoltà a curarsi per chi abiti provvisoriamente, per necessità familiari o per motivi privati, fuori sede. Le varie riforme scolastiche successive al ‘68, privilegiando la scuola pubblica a discapito dell'insegnamento privato, hanno creato di fatto una sorta di monopolio, di sclerosi e di decadimento della cultura.

    Rotti gli argini del rispetto della libertà di scelta dell'individuo, una serie continua di norme specifiche ha contribuito a limitare, con crescente accanimento, l'ambito di autonomia dei singoli, con lo scopo prevalente, anche se non sempre dichiarato, di sottrarre ad essi quote crescenti di disponibilità finanziarie, da consegnare ad uno stato sempre più inefficiente e spendaccione. Alcuni esempi sono sotto gli occhi di tutti. Basti ricordare le continue limitazioni alla libertà di circolazione nel territorio nazionale poste dai pedaggi per l'ingresso nelle autostrade, dalle zone a traffico limitato nei centri cittadini, dalle strisce blu, che creano aree di sosta riservata o a pagamento, dai tickets stabiliti per l'ingresso delle autovetture in alcune città.

    Si può aggiungere il peso crescente dei numerosi provvedimenti che, in contrasto con la tanto decantata tutela della privacy, garantito dall'articolo 13 C., hanno consentito di tappezzare di autovelox le strade nazionali, di installare videocamere su migliaia di semafori e per delimitare le zone a traffico limitato. Si può citare il timore diffuso di parlare in libertà con familiari, parenti o amici al telefono o anche nel proprio ufficio o domicilio, perché forte è il rischio di intercettazioni telefoniche o ambientali, limitatrici della libertà di comunicazione. Crescenti sono anche i limiti alla libertà di informazione, di cui all'art. 21 C., posti dalle ricorrenti minacce di sanzioni ai giornalisti che violino il segreto istruttorio, e dai divieti posti ad alcuni di essi di partecipare a trasmissioni televisive, o dagli ostacoli ai politici di svolgere libera propaganda elettorale, per rispetto del principio illiberale della par condicio.

    Pesanti stanno diventando anche i limiti all'attività economica posti con l'obbligo agli istituti di credito di comunicare all'amministrazione finanziaria i movimenti contabili dei loro clienti, con gli obblighi di emettere assegni non trasferibili e con i divieti di effettuare in contanti numerosi pagamenti. Grave appare, d'altra parte, l'attentato alla proprietà privata ed alla inviolabilità del domicilio da parte di alcune sentenze della magistratura, che affermano che le occupazioni di immobili da parte di persone in stato di bisogno non costituisce più reato. Esagerata è, infine, l'ordinanza del comune di Napoli (!) che vieta di fumare anche nei parchi pubblici, all'aria aperta, considerando ciò una minaccia all'igiene ambientale. Purtroppo esistono numerose persone che non si accorgono ancora che tale processo di privazione delle libertà sta dilagando o che lo giustificano troppo facilmente con la necessità di difendere il bene comune. Ma è importante rimarcare con forza il fatto che le eccessive privazioni delle libertà personali a causa della ragion di stato hanno spesso costituito la premessa per la rinascita di uno stato autoritario.

    Emanuela Melchiorre

    November 25

    Discussione su DITEMI VOI DI COSA VOGLIAMO PARLARE

     

    Citazione

    DITEMI VOI DI COSA VOGLIAMO PARLARE
    DITEMI VOI DI COSA VOGLIAMO PARLARE
    Tenuto da:Emanuela Melchiorre
    Data e ora:domenica 25 novembre 2007 alle 18.00
    Visualizza l'evento su Windows Live Spaces
    May 06

    UN PALCO ALL’OPERA

    Per completare gli studi universitari in Giurisprudenza iniziati a Genova Norberto, nel 1970, si è trasferito da Imperia a Roma.

    Durante il terzo anno di corso, nel 1971, ha conosciuto Felicia.

    Nel 1972, alcuni giorni prima della discussione della tesi di laurea, l’ha, quindi, sposata.

    Felicia lavora, in questo periodo, in una casa di produzione cinematografica, la Clesis s.p.a. di Silvio Clementucci. Norberto deve, invece, iniziare a lavorare il mese successivo, come praticante procuratore e segretario presso lo studio legale dello zio Carmine.

    Le spese della casa assorbono, in questo primo anno di matrimonio, tutte le loro risorse ed energie.

    Nel 1973 Felicia attende la nascita di Vittorio.

    Sebbene Norberto abbia ottenuto, nel frattempo, un lavoro da impiegato presso le Ferrovie dello Stato, le loro condizioni finanziarie non sono ancora floride. Non possono certo permettersi di andare spesso a teatro.

    Tuttavia, lo zio Carmine, superstite della battaglia di Leningrado, dove ha riportato una grave ferita alla testa, grande invalido di guerra e presidente della omonima Associazione Mutilati ed Invalidi di Guerra, patrocinata dalla Presidenza della Repubblica, gode spesso della disponibilità di alcuni biglietti omaggio per i teatri di prosa o per il teatro dell’opera di Roma.

    Quel giorno pensa di regalarne tre, che gli sono rimasti, ai due giovani sposi, per distrarli dai loro problemi quotidiani.

    Gli sposi accettano volentieri di concedersi una serata di svago al Teatro dell’Opera, ove rappresentano un balletto  loro sconosciuto, Coppelia, di Léo Delibes, che Maria Luisa, sorella di Norberto, pianista dilettante ed appassionata di musica classica, ritiene delizioso.

    Nonostante ella sia reduce da un incidente con gli sci e vistosamente claudicante, si offre di accompagnarli, usufruendo del terzo biglietto in loro possesso.

    Alle 20,30, con un certo anticipo rispetto all’inizio dello spettacolo, a bordo della Fiat Cinquecento color senape di Norberto, priva di un faro e piuttosto ammaccata a causa di un vecchio incidente, parcheggiano in Piazza Beniamino Gigli, proprio davanti l’ingresso del Teatro dell’Opera, ex Teatro Costanzi.

    Poiché l’inizio del balletto è previsto per le ore 21,00, decidono di gustarsi, nell’attesa, un buon cono gelato, nella vicina cremeria.

    Felicia, un po’ ingombrante ed impacciata per via del suo pancione, non riesce a trattenere una goccia di cioccolato, che va a macchiare il suo vestito pre-maman, proprio al centro del pancione. A nulla valgono le cure poste per eliminare la macchia che, strofinata con un fazzoletto di carta, si è un po’ schiarita, ma anche notevolmente allargata.

    Il terzetto, Maria Luisa claudicante e Felicia maculata, torna verso il Teatro dell’Opera.

    I posti del parcheggio sono ormai tutti occupati. Ma accanto alla Cinquecento di Norberto sostano tutte autovetture di grossa cilindrata, linde e fiammanti, per lo più Mercedes, BMW o prestigiose Lancia. Dagli sportelli aperti dagli chauffeurs discendono personaggi in abito da sera, con pellicce di visone, gioielli splendenti ed acconciature impeccabili.

    Norberto comincia a temere che si tratti di una prima rappresentazione e che la loro autovettura, il loro abbigliamento ed il loro stato fisico non siano i più adatti all’occasione.

    Alle sue incertezze Maria Luisa risponde con decisione che i loro biglietti sono validi per un palco riservato, che il balletto è magnifico, che la loro autovettura è ormai bloccata dalle altre autovetture parcheggiate e che debbono, pertanto, assolutamente entrare in teatro ed occupare i loro posti.

    Presentano i biglietti alla maschera, che li scruta perplessa, esamina accuratamente i biglietti, li scruta ancora più perplessa e, quindi, con uno: “Scusino, vogliano attendere un momento”, si allontana. Riappare subito dopo accompagnata da un distinto signore, che si qualifica come il direttore del Teatro: “Signori – dice – con i biglietti in loro possesso, intestati alla Presidenza della Repubblica, non posso certo impedire  l’ingresso in teatro. Li farò, quindi, entrare da un ingresso riservato, ma solo se mi promettono che non usciranno dal loro palco durante l’intervallo tra i due atti e che non metteranno assolutamente piede nel salone di intrattenimento”.

    Acquisito il loro più solenne assenso, il direttore li fa accompagnare dalla maschera attraverso un corridoio secondario al palco loro riservato, posto proprio a fianco di quello presidenziale.

    Ha inizio il balletto.

    La musica è facile, ricca di motivi orecchiabili e brani di gusto popolaresco. La coreografia mostra un perfetto equilibrio tra danza e pantomima, un tocco sempre garbato negli assoli, un bel movimento nell’insieme. La favola, che racconta della gelosia di Svanilda nei confronti della bella bambola Coppelia, di cui il suo fidanzato è innamorato, e del trionfo della sua astuzia e del suo amore, è leggera e fantasiosa.

    Felicia si sforza di gustare il balletto, ma non è una grande appassionata di musica classica e non conosce la trama della rappresentazione. Un po’ per tutto questo, un po’ perché il peso del pancione le provoca smania alle gambe e ripetuti crampi, comincia a dare in escandescenze.

    All’intervallo tra il primo ed il secondo atto ha raggiunto il culmine ed esaurito la sua capacità di resistenza. Vuole andare assolutamente via perché non riesce più a stare seduta, né ferma.

    Norberto e Maria Luisa devono fare buon viso a cattivo gioco. Riescono a trattenere Felicia fino al suono del segnale di fine intervallo. Dopodiché, ritenendo che tutti gli spettatori siano rientrati in platea o nei loro palchi, Norberto guida il terzetto lungo quello che gli sembra lo stesso corridoio percorso al loro ingresso in teatro.

    Nell’aprire la porta in fondo al corridoio, i tre si trovano, invece, davanti ad un immenso foyer illuminato a giorno, dai mille lampadari di cristallo, costellato di specchi e di stucchi decorati, dal pavimento di marmi policromi, ancora affollato di dame in pelliccia e da uomini in abito di gala.

    Non possono tornare indietro perché Felicia si sente mancare.

    Con un’esortazione di Norberto intraprendono, allora, un veloce attraversamento del salone, verso quella che, dall’altra parte, sembra essere la porta di uscita.

    Felicia apre la fila con il suo pancione maculato.

    Norberto la sostiene.

    Maria Luisa, zoppicante, si attarda ad ammirare i cristalli, gli specchi, i marmi, i decori, le pellicce ed i gioielli.

    Alle sue ripetute esclamazioni di stupore Norberto risponde: “Vieni avanti e non fare la fanatica!”

    In quel momento gli occhi di Norberto incrociano quelli, fulminanti, del direttore del teatro.

    Nessuno dei due pronuncia una parola, ma il momento è davvero imbarazzante.

    Finalmente i tre superano la porta in fondo al salone ed escono all’aperto, a riveder le stelle.

     

     

    15 giugno 2005

    L’INGANNO DEL FISCO: RIDUZIONI REALI PER ARRICCHIMENTI NOMINALI

     

     

    Se si prova ad interrogare per la strada cento persone in merito alle loro opinioni sui recenti aumenti delle tasse previsti dalla finanziaria approvata dal governo Prodi, nonostante l’evidente inutile rapina è facile trovarne ancora molte che rispondono in primo luogo che è giusto che i ricchi paghino le tasse e, in seconda battuta, che, in ogni caso, è necessario finanziare le spese che lo Stato sostiene per le pubbliche necessità.

    Un opinionista che creda fermamente nella democrazia non può sottovalutare una convinzione popolare così diffusa e radicata e, in fin dei conti, anche se la formulerebbe in modo diverso e reputasse che abbia bisogno quantomeno di alcune precisazioni, deve valutare positivamente una disponibilità generale a rinunciare a quote rilevanti di reddito per sovvenire ai bisogni sociali: certamente la solidarietà sociale è preferibile all’odio di classe, alla rivoluzione permanente, alla lotta continua.

    Compito del giornalista è, tuttavia, specialmente in un paese democratico, anche quello di interpretare le opinioni della gente e, in certo qual modo, cercare di indirizzarle sulla base di una visione della realtà più consapevole e di argomenti meno istintivi e più razionali.

    Di fronte a quelle risposte comuni a tanta gente rileva, pertanto, che esse non denotano soltanto una disponibilità a provvedere alle necessità dei più deboli, ma sottintendono, per lo più, anche la convinzione che siano soprattutto gli altri (i ricchi) a potere e dovere sovvenzionare gli oneri generali.

    In una società occidentale, ed in quella italiana in particolare, basata sulla Costituzione, le imposte dirette, di fatto, sono generalmente ispirate a criteri di progressività. Le imposte sul reddito delle persone fisiche (ma non quelle sulle società, né quelle indirette), pertanto, gravano in misura più che proporzionale sui possessori di redditi più elevati (i ricchi).

    Questo sacrosanto principio, oltre agli evidenti benefici che può apportare, di redistribuzione di una parte delle ricchezze, rende altresì più accettabile alla generalità dei cittadini ogni aumento della pressione fiscale, nella convinzione che essa colpirà i ricchi in maniera maggiore, se non esclusiva.

    Purtroppo, sono pochi gli osservatori attenti,  e quasi nessuno tra gli uomini della nostra ipotetica intervista sulla strada, che si accorgono di alcuni inconvenienti derivanti dalla progressività dell’imposta, da una pressione fiscale crescente, da un’inflazione inarrestabile, da un debito pubblico molto rilevante.

    Prima di descrivere il meccanismo perverso, indicato come “l’inganno del fisco”, è interessante notare che nella storia recente della nostra Repubblica la pressione fiscale (imposte/reddito), anche e soprattutto grazie al principio della progressività, è andata aumentando nei decenni in misura impressionante, fino al limite della insostenibilità, e sempre meno a carico dei ricchi e sempre più a carico delle fasce di reddito sottostanti.

    In mancanza di dati omogenei disponibili, per meglio descrivere il fenomeno, si ipotizzi, per la generalità della popolazione, un aumento, abbastanza verisimile, e approssimato per difetto, dal 15% (nel 1950) al 43% (nel 2000).

    Il solito cittadino della strada intervistato risulterebbe abbastanza indifferente anche di fronte all’illustrazione di un fenomeno di tale portata, sempre nella convinzione, inconfessata, che siano soprattutto i ricchi a subire una siffatta pesante decurtazione del proprio reddito. Semmai, imprecherebbe contro l’evasione, che permette sempre e solo a loro di farla franca.

    Se si concentra, invece, lo sguardo su di una parte di popolazione che non rientra sicuramente nella categoria dei ricchi, ma è certamente più vicina a quella che, con le inevitabili approssimazioni, viene chiamata “ceto medio”, e cioè la categoria degli impiegati, si giunge a conclusioni opposte.

    Ipotizzando, per gli stessi anni dal 1950 al 2000, per questa categoria una crescita del reddito nominale da 100 (nel 1950) a 2000 (nel 2000), di quello reale da 100 (nel 1950) a 350 (nel 2000) e della pressione fiscale dal 15% (nel 1950) al 50% (nel 2000), si deduce che un reddito reale cresciuto per effetto dell’aumento della produttività da 100 a 350 viene facilmente ridotto, per una categoria a basso o medio reddito, a 140, a causa dell’aumento della pressione fiscale, e per il duplice effetto dello slittamento verso l’alto delle aliquote progressive e della regressività delle imposte indirette.

    Tale fenomeno si spiega, tra l’altro, con il fatto che le aliquote aumentano progressivamente non in relazione all’incremento del reddito reale, ma all’incremento di quello nominale, che, per effetto dell’inflazione, è sempre superiore a quello del reddito reale.

    Per la classe dei veri ricchi, invece, il tetto massimo dell’aliquota fiscale, ove non venga ridotto,  rimane pressoché invariato, perché è l’unico che è ritenuto a volte troppo pesante.

    Il loro reddito reale, pertanto, non viene molto penalizzato dall’effetto perverso delle aliquote progressive e viene favorito dalla regressività delle imposte indirette, che colpiscono più pesantemente categorie ad alta propensione al consumo. Anzi, trattandosi per lo più non di reddito fisso, ma variabile, esso si può sempre adeguare senza ritardi ad imposte più elevate attraverso un rapido rialzo dei prezzi.

    Un primo rimedio semplice a tale fenomeno potrebbe consistere nel rimodulare costantemente le aliquote fiscali in rapporto agli aumenti intervenuti nel reddito reale, e non a quelli del reddito nominale.

    Un secondo rimedio esigerebbe la riduzione drastica e definitiva del debito pubblico, perché quasi tutte le imposte pagate dagli impiegati non vanno a finanziare le spese sociali, ma a pagare gli interessi dei creditori dello Stato (per definizione i ricchi!).

    Questa soluzione significherebbe, però, tra l’altro, di dover eliminare veramente tante spese pubbliche di scarsa o di nessuna utilità. Ad un sacrificio del genere non si è mostrato seriamente disposto quasi nessun governo italiano, e tanto meno gli attuali governanti della nazione o degli enti locali (che non solo appartengono alla classe dei ricchi, ma possono navigare bene in un mare di milioni di miliardi).

    7 ottobre 2006

    Le pensioni di anzianità in regime transitorio. Necessità economica o inutile vessazione?

     

    Nel mese di settembre 1992 il dipendente di una USL romana, un dipendente di sesso maschile, prossimo ai 50 anni di età, decide di presentare la domanda di collocamento a riposo con decorrenza I agosto 1993, giorno in cui, compiuti i 24 anni, 6 mesi ed 1 giorno di anzianità di servizio, avrà maturato, in base alla vigente normativa (art. 18 L. 26.7.65, n. 965), il diritto alla pensione di anzianità, nella misura dello 0,53888 dell'ultimo stipendio.

     

    Proviene dal parastato ed è transitato al Servizio Sanitario Nazionale nel 1980, insieme ad altri suoi colleghi.

     

    Fin dall'inizio é consapevole che in conseguenza della riforma sanitaria dovrà accettare trasferimento del posto di lavoro, nuove funzioni, riqualificazione professionale, incertezza di carriera e quant'altro potrà derivargli dal passaggio da un comparto di lavoro organizzato e stabile ad uno nuovo, completamente da edificare.

     

    Di una condizione particolare e favorevole, però, può essere certo: che, invece di accedere alla pensione con un minimo di 35 anni di anzianità (pensione INPS), vi potrà accedere anche con 24 anni, 6 mesi ed 1 giorno (pensione CPDEL).

     

    ln tale prospettiva, quindi, accetta di passare al Servizio Sanitario Nazionale ed intraprende la riorganizzazione della vita sua e della sua famiglia. Sua moglie, dipendente statale, avendo già maturato il diritto alla pensione di anzianità, ottiene, nell'agosto 1992, il collocamento a riposo ed il trattamento di quiescenza. Entrambi laureati, hanno deciso, infatti, di dedicarsi congiuntamente ad un'attività professionale. Sono persino riusciti, dopo molti anni, con estrema fatica e con notevoli spese, a liberare dal conduttore un piccolo appartamento di loro proprietà, che hanno completamente ristrutturato ed arredato, e che intendono destinare a studio per la loro professione e, un domani non lontano, per quella dei loro due figli, studenti universitari,

     

    Corrono voci insistenti di una riforma dei sistema pensionistico, che inevitabilmente comporterà, fra le altre misure, una restrizione  graduale dei trattamenti di anzianità. Ma è sicuro, come l'intelligenza, la giustizia, le promesse dei politici e le dichiarazioni dei massimi esperti del diritto del lavoro e dei sindacalisti di grido inducono a ritenere, che i diritti acquisiti saranno rispettati, che il trapasso al nuovo regime avverrà gradualmente, che le innovazioni riguarderanno esclusivamente il futuro e che coloro che si trovano alle soglie della pensione potranno essere penalizzati, ma solo in relazione al periodo mancante.

     

    D'altra parte, anche la storia remota e prossima dell'istituto delle pensioni di anzianità e di tutti i progetti di riforma previdenziale inducono a ritenere che il passaggio sarà lento e rispettoso degli impegni assunti nei confronti dei cittadini che hanno assolto il loro dovere di lavoratori ed hanno sostenuto il loro onere contributivo. Orgoglioso e sereno, ai colleghi profeti di sciagure, ricorda che il progetto Scotti (anni Ottanta) non fu approvato in Parlamento perché troppo severo. Anche il progetto Marini (1991) -aggiunge- rispettoso delle posizioni acquisite e particolarmente attento a non rendere traumatico il passaggio dal vecchio al nuovo, compiutamente realizzabile solo dopo il Duemila, fu bloccato proprio dai socialisti (che con Amato detengono nel 1992 la presidenza dei Consiglio) proprio all'ultimo momento, perché oltremodo restrittivo per i dipendenti prossimi al pensionamento.

     

    Il nostro protagonista, con queste osservazioni, tutte ispirate al buon senso, conserva la sua fiducia nella logica, nella giustizia, nella coerenza dei politici e nella buona fede dei sindacalisti.

     

    Il 19 settembre 1992, invece, viene emanato il D.L. n. 384, che contiene misure urgenti in materia di previdenza, di sanità e di pubblico impiego e che, all'art. 1, sospende, fino al 31.12.93, l'applicazione di ogni disposizione che preveda il diritto a trattamenti pensionistici di anzianità.

     

    Segue, con inusitata tempestività, il D. L.vo dei 30.12.92 che, con la tabella C, richiamata dall'art. 8, procrastina, per coloro che al 30.12.92 non abbiano compiutamente maturato il diritto a pensione, l'anzianità minima necessaria al conseguimento della pensione di anzianità.

     

    li dipendente in questione, che, in base alla previgente normativa, al 31.12.92 avrebbe dovuto attendere 7 mesi ed 1 giorno per il conseguimento della pensione, si accorge che, sulla base della nuova tabella, potrà andare in pensione non prima dei 29 settembre 1994, Invece che 7 mesi ed 1 giorno, dovrà attendere 21 mesi.

    "All'anima della gradualità" -pensa- Il periodo di attesa , nel suo caso, si è triplicato!

     

    Attraversa, quindi, una discreta crisi esistenziale, che rischia di rimettere seriamente in discussione i programmi da lui incautamente accarezzati.

     

    Tuttavia, dopo una seria riflessione, consapevole che la situazione economica e finanziaria della nazione è grave, si rassegna a pagare alla società l'eccezionale contributo che gli viene richiesto e ad attendete pazientemente il 29 settembre 94.

     

    Alcuni giorni dopo, però, illudendosi di aver commesso qualche errore di interpretazione, si reca all'Ufficio delle Pensioni della USL, da cui dipende, per chiedere un parere a persone più competenti di lui.

     

    L'ineffabile impiegata addetta a ricevere le domande di pensione, che della complessa fluida normativa ha approfondito diversi aspetti, gli spiega che, prevedendo l'art. 2 ter. della Legge 14.11.92. n. 438 un contingentamento delle attribuzioni delle pensioni di anzianità in regime transitorio, con scadenze fisse al 1 settembre di ogni anno, poiché egli matura, in base alla ricordata tabella, il requisito dell'anzianità minima contributiva il 29.9.94, potrà conseguire la pensione solo Il 1.9.95.

     

    "All'anima della gradualità" pensa. Invece che 7 mesi ed 1 giorno, egli dovrà aspettare 32 mesi interi. La moratoria, nel suo caso, si è più che quadruplicata.

     

    La nuova crisi esistenziale pare, a questo punto, assumere aspetti grotteschi di cronicità e di irreversibilità.

     

    Purtuttavia, conscio che la situazione generale dei paese è sempre più grave, alla fine si rassegna al nuovo, incredibile sacrificio che gli viene imposto, e decide ancora di attendere.

     

    Non può fare a meno, comunque, di confidare il suo disappunto ed il profondo scoraggiamento che lo attanaglia ad un caro amico, più fortunato di lui perché, in possesso di un'anzianità superiore di appena 8 mesi, è riuscito a conseguire la pensione prima della fatidica data dei 19.9.92, senza subire penalizzazione alcuna.

     

    L'amico, con tutto il garbo possibile e con sincera contrizione, gli fa notare che la sua conoscenza della frenetica normativa emanata negli ultimi mesi è purtroppo incompleta e che egli ignora un'altra disposizione, non certamente volta a suo favore.

     

    In sostanza, per effetto dell'art. 10 dei D.L.vo dei 30.12.92, n. 503, quello che egli sa essere stato il suo progetto, a lungo coltivato, di dedicarsi ad una libera professione, potrà ancora realizzarsi, ma a costi pressoché insostenibili, perché comporterà la rinuncia ad una quota rilevante di pensione (fino al 50%).

     

    Quest'ultima scoperta sarebbe sufficiente a provocare un collasso cardiaco anche nel più remissivo e controllato dei cittadini, già alle soglie (si fa per dire!) della pensione.

     

    Ma poiché il nostro protagonista vuole resistere senza deflettere alle avversità della congiuntura, si determina a sperare in un qualche miracolo, che lo svegli dall'incubo, nel quale sembra precipitato.

     

    Il giorno 22 giugno 1993, invece, una notizia apparsa sul giornale quotidiano La Repubblica accresce il panico, già abbastanza diffuso fra i pubblici dipendenti in attesa di pensione. Il nuovo governo Ciampi si appresterebbe a presentare alle camere un altro progetto legislativo, che ridurrebbe gli importi delle pensioni di anzianità in proporzione al tempo occorrente a compiere il sessantesimo anno di età.

     

    Immancabile segue la secca smentita, per bocca dei ministro Giugni, il quale nega che alberghi nell'animo dei governo di operare un simile taglio.

     

    Immancabile segue la minaccia dei segretario generale della CISL D'Antoni di ricorrere a tutte le armi di cui il sindacato dispone per impedire ulteriori restrizioni alle pensioni.

     

    Invariabilmente, secondo un copione ormai sperimentato, l’11 settembre 1993 il governo presenta alle camere il progetto della legge finanziaria per l'anno 1994, contenente la solita tabella, che regola la paventata decurtazione nella incredibile misura dei 2% per ogni anno di età inferiore al 60°.

     

    Il nostro pensionando vacilla. Al 31.12.92 avrebbe dovuto attendere 7 mesi ed 1 giorno per conseguire una pensione pari allo 0,53888 dell'ultimo stipendio, che gli avrebbe consentito di intraprendere un'attività libero professionale; dovrà, invece, attendere 32 mesi, per ottenere una pensione pari allo 0,46000 ca (a causa degli effetti combinati degli ulteriori 25 mesi trascorsi in servizio e del tempo ancora mancante al compimento dei 60° anno di età), riducibile allo 0,23000 ca, se vorrà ancora svolgere un'attività professionale.

     

    A questo punto è meglio che provveda a far riassumere in servizio sua moglie (ma non è possibile), che ceda di nuovo in locazione il suo appartamentino (con buona pace degli anni e del denaro perduti per ottenere lo sfratto), che restituisca ai venditori i mobili dello studio ed i macchinari acquistati (ad un prezzo certamente irrisorio rispetto a quello corrisposto), che stracci definitivamente il diploma di laurea (rinnegando gli inutili anni di studio).

     

    All'anima della gradualità e del rispetto dei diritti acquisiti! All'anima della giustizia! All'anima della buona fede!

     

    Ma l'aspetto più inquietante dell'intera questione è che il discriminante massacro che si sta realizzando non è necessario, e provoca più danni che vantaggi.

     

    Il risparmio per le casse dello Stato sarà, infatti, modesto, anche nella più favorevole delle ipotesi.

     

    La fiducia dei cittadini nella correttezza dei politici subirà, invece, un ulteriore deterioramento. I problemi della terza età verranno aggravati dalla forzata ignavia dei pensionati. Il malcontento dei lavoratori trattenuti in extremis in servizio contro la loro volontà non accrescerà certamente la loro produttività. Le libertà dei cittadini risulteranno nei complesso menomante. Le fresche forze lavorative in attesa di nuovi posti rimarranno più a lungo disoccupate. Aumenteranno il lavoro nero e l'evasione fiscale e contributiva. I pensionandi non ancora colpiti da sanzioni abbandoneranno in massa il lavoro, in previsione di ulteriori rappresaglie.

     

    A conclusione ed a chiarimento della vicenda narrata, fantasiosa, ma applicabile a numerosi casi, invece di una "morale", che potrebbe apparire scontata e stucchevole, si rivolge ai lettori un indovinello, apparentemente scherzoso e paradossale, ma profondamente tragico ed amaro, in forza della sua idoneità a rispecchiare fedelmente l'attuale situazione sociale e politica dell'Italia.

     

    Quali epiteti userebbero i presidenti Amato e Ciampi all'indirizzo dell'avvocato Agnelli se, dopo avere acquistato a rate e con patto di riservato dominio un'autovettura FIAT Croma ed aver corrisposto il 98% del prezzo, l'avvocato Agnelli, senza restituire una lira, anzi pretendendo un aumento dei prezzo pattuito, consegnasse loro una FIAT Cinquecento, priva dei motore, adducendo che i diritti acquisiti (l'incasso del denaro da parte dei venditore) vengono così rispettati, ma che, per quanto riguarda i diritti futuri (il trasferimento della proprietà al compratore) egli è libero di mutare a suo piacimento le regole dei giuoco?

     

    Roberto Melchiorre

     

    L’art. 32 della Costituzione è attuale?

    LUGLIO 1992

     

    La Repubblica tutela la salute come fondamentale diritto dell'individuo e interesse della collettività, e garantisce cure gratuite agli indigenti”

     

    La norma costituzionale, contenuta nel 1° comma dell’art. 32, ripete un principio che si è andato delineando negli ordinamenti preesistenti.

    Superato il concetto di assistenza e di beneficenza, che nel secoli è stato situato da enti morali  dalla Chiesa e dai singoli individui, gli Stati moderni, a partire dalla seconda metà dei secolo scorso. hanno emanato norme cogenti, che hanno dato vita alle prime forme di assicurazione sociale obbligatoria contro i rischi che potevano colpire la classe lavoratrice: la invalidità e la vecchiaia, la disoccupazione e la malattia.

    La materia specifica della tutela della salute, attuata per lungo tempo anche attraverso organismi di mutualità sindacale, che avevano assunto, già nei primi due decenni di questo secolo, una estensione ed una organizzazione imponente in ogni settore di lavoro, è stata sottoposta negli anni trenta, ad un tentativo di disciplina unitaria, sia.per quanto riguarda la parte normativa che quella organizzativa. Tuttavia, nonostante lo sforzo di uniformare il trattamento nei confronti di tutti i lavoratori dipendenti e di concentrare l'organizzazione amministrativa e finanziaria in capo ad un solo grande ente mutualistico (l'INAM). l'assicurazione contro le malattie è stata ancora caratterizzata da una pluralità di prestazioni. fino ai tempi della recente riforma sanitaria (anni settanta).

    Ogni operatore ed ogni cittadino ricordano chiaramente ancor oggi i difformi trattamenti usati dall’ENPAS (per i cittadini statali), dall’ENPDEDP (per i dipendenti di enti pubblici) dall’INADEL (per i dipendenti di enti locali) dall’ENPALS (per i lavoratori dello spettacolo), per non parlare degli enti previdenziali istituiti per la tutela della salute di categorie di liberi professionisti, quali l'ENPAM (per i medici) L’ENPAF (per i farmacisti. l'INPGI (per i giornalisti).

    Vivo è ancora il ricordo della diversità delle specialità medicinali nei numerosi prontuari terapeutici delle singole mutue, così come della varietà delle convenzioni che queste stipulavano con i medici specialisti e con le cliniche private.

    Vivo è ancora il ricordo dei diverso trattamento ospedaliero riservato alle distinte categorie di assistiti (camere singole, camere a più letti, corsie).

    Accanto a queste differenze di trattamento, persisteva nel sistema mutualistico italiano, un certa fascia di cittadini non protetta (riguardante soprattutto i disoccupati).

    Un altro problema premeva costante prima della riforma sanitaria, ed era quello del continuo aumento della spesa sanitaria, che rischiava continuamente di mettere in crisi l'intero settore e, quindi, di rendere sempre più illusorio il diritto alla salute

    In questa situazione, la Costituzione, sebbene entrata in vigore il 1 gennaio 1948, ha cominciato a produrre i suoi effetti con un certo ritardo.

    Il riconoscimento della salute come un diritto per l’individuo e come un interesse per la collettività è alla base dei principi che hanno ispirato, agli inizi degli anni settanta, il processo di Riforma Sanitaria e l’istituzione del Servizio Sanitario Nazionale.

    Tali principi riguardano la globalità degli interventi da parte del Servizio Sanitario Nazionale, la territorialità delle prestazioni attraverso la creazione di una rete completa di Unità sanitarie Locali, l'uniformità dei trattamento di tutti i cittadini, l'estensione dell'interesse, oltre che alla cura delle malattie, anche alla prevenzione ed alla riabilitazione, il tentativo di contenere la spesa sanitaria, che sembrava, nel precedente sistema, essere diventata incontrollabile a causa soprattutto della separazione delle mutue (enti finanziatori) dagli ospedali (principali enti erogatori di servizi), attraverso l’unificazione, in capo alle Regioni, degli enti finanziatori e degli enti erogatori di servizi.

    Il sistema, così previsto, non mancava di una certa razionalità, anche se poteva mostrarsi subito, agli occhi di un attento osservatore, molto ambizioso.

    Infatti, non sono venute meno tutte le difformità di trattamento. E' evidente e macroscopica la diversa efficienza degli ospedali e degli ambulatori dell'Italia dei Nord rispetto a quelli dell'Italia del Sud.

    Tutti hanno potuto constatare sulla propria pelle (è proprio il caso di dirlo!) le difficoltà estreme per “i non raccomandati” di accedere ad un posto letto nei reparti ospedalieri e nelle cliniche universitarie.

    L’estensione dell’intervento sanitario alla prevenzione e alla riabilitazione conosce ampie zone di sperpero (abuso di costosi accertamenti clinici: TAC, ecografie ... ) e più larghe zone di difficile accesso (pochi sono, ad esempio, i fortunati mortali che riescono ad ottenere, nelle strutture pubbliche, una protesi dentaria: nessuno riesce oggi ad ottenere il rimborso di un paio di occhiali).

     

    I medici. che sono riusciti ad ottenere un vantaggioso contratto parallelo a quello degli altri operatori della Sanità, non hanno premiato quelli che, nella categoria, sono di fatto più impegnati.

    Gli ospedali e gli ambulatori sono mal distribuiti e sottoutilizzati. Il ticket, unica arma rudimentale di contenimento della spesa sanitaria, è inutile, in quanto non raggiunge il suo scopo; è odioso, perché rappresenta una duplice tassazione; può essere facilmente eluso dai furbi e dai falsi indigenti.

    Forse nessuno è in grado, oggi, nel generale disorientamento, di indicare, con esattezza, i rimedi più sicuri a tale situazione. Di fronte alle continue innovazioni ed ai ripetuti insuccessi si è affievolita, e giustamente, l'originaria ed in certa misura utopistica tensione riformista.

    Né, d'altra parte, è dato vedere ancora il sorgere di un nuovo rigore morale, che possa ispirare nuova fiducia.

     Certamente, comunque, ogni serio tentativo futuro di rendere utile il servizio sanitario pubblico non potrà prescindere da tre fondamentali esigenze:

    1) rendere incompatibile il rapporto di lavoro pubblico dei medici con la libera professione:

    2) riorganizzare cori criteri sani e rigorosi il sistema dalle convenzioni esterne:

    3) preparare un contratto di lavoro, serio e non demagogico, che dia un riconoscimento giuridico ed economico alle diverse mansioni e responsabilità realmente assunte, anche all'interno delle singole carriere.

    Il primo punto diminuirebbe qualsiasi interesse allo sfascio della sanità pubblica: il secondo renderebbe al cittadino una maggiore libertà di scelta, che tenderebbe, tra ]'altro. ad eliminare automaticamente le strutture meno efficienti; il terzo attenuerebbe alcuni motivi di tensione tra lavoratori dello stesso comparto  e potrebbe riaprire varchi importanti ad un risveglio di interesse ed alla valorizzazione di professioni trascurate o maltrattate.

     

    Roberto Melchiorre

    JUGOSLAVIA una vergogna da ignorare

    AGOSTO 1993

     

    La breve storia dello stato jugoslavo (1918-1991) non ha avuto, praticamente, che un solo momento di illusoria stabilità.

     

    Sorto nel 1918, successivamente alla prima guerra mondiale, dal definitivo smembramento degli  imperi ottomano ed austro‑ungarico, ha assunto la  denominazione originaria di regno dei Serbi‑Croati‑Sloveni ed ha avuto come primo sovrano il Re di Serbia Pietro I Karadjordjievic, ai quale è succeduto, nel 1921,  il figlio Alessandro I.

     

    Il più immiediato e fondamentale problema interno del nuovo stato ha riguardato l’egemonia tra le diverse maggiori nazionalità (Serbi, Croati e Sloveni).

     

    Subito dopo, in ordine di importanza, si è presentata la questione delle minoranze: austriaca, magiara, romena ed albanese, nonché quella delle differenti professioni religiose: ortodossa, cattolica e musulmana.

     

    Con la costituzione del 1921 è stata sancita l'egemonia dei Serbi, ma gli altri gruppi etnici hanno subito dato vita a movimenti nazionalistici, che aspiravano all’indipendenza.

     

    Particolarmente forte era il partito croato di S. Radic, la cui uccisione, nel 1928, ha offerto l'occasione al Re Alessandro I di ricostituire lo stato, chiamato nel 1929 regno di Jugosiavia, su basi decisamente autoritarie e con metodi repressivi e violenti.

     

    L'opposizione croata si è coagulata, pertanto, intorno ad una formazione estremista, quella degli Ustascia, guidata da Ante Pavelic. Durante una visita in Francia, nel 1934, il Re Alessandro 1 è caduto in un attentato a Marsiglia, vittima di terroristi croati.

     

    Il reggente Paolo ha avviato una politica di intesa con l'Italia e la Germania. Ma, nel 1941, il sovrano Pietro II, assunto direttamente il potere, ha respinto l’alleanza con l’asse ed ha provocato la reazione tedesca e l'occupazione dei paese.

     

    In Croazia si è costituito uno stato ìndipendente, particolarmente feroce verso la minoranza serba, mentre in Serbia i Tedeschì hanno imposto un governo fantoccio.

     

    Dallo smembramento dell'esercito sono nati diversi gruppi di resistenza, alcuni dei quali, diretti dal colonnello Mihajlovic, filo‑monarchici, altri, guidati da Josip Broz (Tito), comunisti.

     

    Tra i due gruppi è scoppiata violenta la guerra civile, che si è conclusa in breve con la vittoria dei comunisti.

     

    La predominanza comunista, rafforzata dalla lotta di liberazione, ha reso possibile. nel 1945, la trasformazione della monarchia in repubblica.

     

    Le due guerre (civile e di liberazione) hanno procurato circa un milione e settcentomila morti.

     

    La nuova costituzione, promulgata nel 1946, prevedeva la federazione di sei repubbliche (Croazia, Serbia, Bosnia-Erzegovina, Slovenia, Montenegro e Macedonia) ed un governo centrale a direzione comunista.

     

    Tito ha attuato una serie di riforme (nazionalizzazioni, distribuzione delle terre, autogestione delle imprese), ha rifiutato di sottostare a Stalin, ha proclamato, dopo l'espulsione della Jugoslavia dal Cominform, la via autonoma al socialismo, è divenuto uno dei promotori del fronte dei paesi non allineati. E' riuscito a conservare, fino alla morte, forte del carisma acquistato nella lotta di liberazione e nella opposizione a Stalin, la carica di presidente, ma già con la nuova costituzione del 1963 ha allargato l'autonomia delle repubbliche federate. Nel 1971 ha soffocato con il pugno di ferro la "primavera croata". ma ha dovuto stabilire che dopo la sua morte sarebbe stata costituita una presidenza collettiva della federazione, composta dal presidente della lega dei comunisti e dai rappresentanti delle sei repubbliche federate e delle due regioni autonome, i quali, a rotazione, e per un anno avrebbero dovuto succedere nella carica di presidente effettivo.

    Ala morte di Tito (1980) è entrata, difatti, in funzione la presidenza collegiale.

    La mancanza del leader, il risorgere dei particolarismi, il riaccendersi degli odi, l'antica abitudine alle lotte sanguinose e la fine della minaccia sovietica stavano nuovamente preparando il futuro destino di guerra civile. Le differenze di storia, di lingua, di tradizione, di ideologie e di religioni non erano state amalgamate, ma solo, per un certo periodo, tenute sotto controllo.

     

    Il passaggio dei poteri è avvenuto solo apparentemente in modo indolore. Già nel 1981 la rivolta del Kosovo ha costituito il primo sintomo del riaccendersi della bufera. Le spinte alla disgregazione sono divenute via via irresistibili.

     

    Nel 1990 la delegazione slovena e quella croata abbandonano il congresso della lega dei comunisti e, praticamente, rendono inefficace l'organismo vitale della federazione; gli Sloveni si pronunciano nei plebiscito a favore dell'indipendenza.

     

    Nel 1991 i Serbi effettuano a Borovo Selo (Croazia) il primo massacro di 12 poliziotti croati e non riconoscono la presidenza della federazione al croato Stipe Mesic, al quale spetterebbe secondo la Costituzione. I Croati e gli Sioveni si dichiarano indipendenti.

     

    Segue il bagno di sangue a Lubiana (Slovenia), preludio alla dichiarazione ufficiale dello stato di guerra da parte dell'esercito, trasformatosi da federale in serbo. La storia attuale vede la serie ininterrotta degli ultimi orrori: l'assedio di Dubrovnik, in Dalmazia, la caduta di Vukovarin in Slovenia, l'assedio di Osijek ed il bombardamento di Zagabria in Croazia, l’assedio, le stragi e la distruzione di Sarajevo, le stragi immani, i lager e la "purificazione etnica" in tutta la Bosnia.

     

    In tutte queste vicissitudini, come si comporta la vicina ltalia? E la nuova Europa? Ed il mondo occidentale, vincitore sul blocco comunista, con gli Stati Uniti in testa? E l'ONU, che in Iraq aveva mostrato una cerli capacità di intervento? e la Chiesa di Roma?

     

    L'Italia e l'Europa vorrebbero ignorare, ma non possono, perché evidente è il massacro, vicina la guerra, immenso il dolore.

     

    L'Italia cerca, persino, di coartate la realtà dell'aggressione serba ; parla, attraverso il ministro De Michelis, di lobbies croate al servizio del Vaticano. Vorrebbe bilanciare le responsabilità; fornisce, comunque, una prima impressione, non so quanto deleteria, che, per ciò che la riguarda, ì Serbi possono avere mano libera. In un secondo momento, evidentemente, una crisi di coscienza provoca un lieve mutamento di rotta. Permette, così,senza eccessive critiche, che l'isolato Cossiga incontri a Nova Gorica il presidente sloveno Kucan e che si rechi, primo presidente occidentale, in visita nella Croazia riconosciuta stato indipendente. Quindi - pensate! - riceve in Italia poco più di mille profughi (su un totale di oltre un milione e mezzo contati dall'ONU), e stanzia fondi per assistere gli altri, ma in casa loro! Permette, giustamente, che cittadini volontari portino di persona cibi, vestiario e medicinali nei territori della ex Jugoslavia, fornisce le basi agli aerei dell'ONU per missioni umanitarie.

     

    L'Europa si muove prevalentemente attraverso la CEE che, da strumtento di coordinarnento delle diverse politiche, quale avrebbe dovuto essere, si trasforma in alibi perfetto. Riconosce la Slovenia e la Croazia; è disposta a liberare con mezzi militari l'aereoporto di Sarajevo; assiste alla passeggiata di Mitterand a Sarajevo sotto le bombe; indice una conferenza di pace sulla Jugoslavia a Londra; in conclusione, però,confida che gli Stati Uniti esercitino una maggiore forza.

     

    Gli Stati Uniti non hanno ancora assorbito completamente lo shock della guerra del Vietnam, al quale si è aggiunto, più recente e bizzarro, quello della guerra dell'Iraq. Ma, soprattutto, dopo il crollo del comunismo internazionale e dell'impero sovietico, vorrebbero godersi tranquillamente il proprio "way of life". E, invece, la fine dei blocchi non ha ancora prodotto nessuno dei vantaggi sperati, nonostante l'elezione di un democratico alla casa bianca. Non vogliono ricoprire il ruolo di gendarmi dei mondo, ma soprattutto non lo desiderano in un caso tanto complesso come quello della Jugoslavia, in cui facilmente perderebbero l’orientamento, e tanto distante dai loro interessi commerciali. Riconoscono in ritardo, rispetto ai paesi della CEE, la Slovenia, la Croazia e la Bosnia-Erzegovina, inviano a Bruxelles il segretario di stato James Baker per una riunione urgente con i ministri degli esteri dei "Dodici", mandano una flotta al largo della Dalmazia, ma, in sostanza, ritengono che si tratti di una questione semplicemente da arginare e da lasciare, per il resto, alla volontà di intervento dell'Europa o, meno sentitamente, dell’ONU.

     

    L'ONU mostra da parte sua un continuo fermento. Ma lo stile è mutato dai tempi della guerra del golfo. Dopo ripetute richieste, autorizza l'invio di una forza di pace in Jugoslavia; invia Cyrus Vance a Sarajevo perché incontri i leader di Croati, Serbi e Musulmani, conta un milione e mezzo di profughi, approva l'embargo contro la Serbia ed il Montenegro, invia soldati canadesi a riaprire l'aereoporto di Sarajevo, raccomanda al comitato internazionale olimpico di vietare la partecipazione alle olimpiadi di Barcellona ai Serbi ed ai Montenegrini; autorizza anche l'uso della forza per assicurare il rifornimento di viveri e medicinali alle città assediate della Bosnia Erzegovina ed ordina ispezioni nei campi di prigionia serbi; si impegna ad inserire la "purificazione etnica” tra i crimini di guerra, crea un "forum" permanente a Ginevra co-presieduto da Cyrus Vance (per l'ONU) e da lord Davide Owen (per la CEE).

     

    Il cerchio del disimpegno sostanziale sembra, in tal modo, essersi chiuso. La comunità internazionale non pare disposta, per la ex lugoslavia, ad andare molto oltre una partecipazione di tipo umanitario, (viveri, vestiario, medicinali) e misure di tipo dissuasivo morale (condanne, mancati riconoscimenti) o materiale (embarghi). Anche queste misure sono, tuttavia, assunte non solo con lentezza e prudenza, ma sotto condizione che le "disavventure" della lugoslavia non turbino eccessivamente Ia tranquillitá ed il benessere internazionale.

     

    L'atteggiamento di sostanziale chiusura verso i profughi è la più grave manifestazione di egoismo e di indifferenza che emerge dall'intera vicenda, e rasenta la complicità: la ostentata solidarietà verbale suona particolarmente stonata quando si commemorano giustamente le vittime dei genocidio ebreo risalente a 50 anni fa, ma disonestamente si minimizza il gencicidio presente o, ancor peggio, si tenta di addossarne la responsabilità alle attuali vittime.

     

    Accogliere i profughi sui propri territori, anche in appositi campi, non significa necessariamente riconoscere loro la cittadinanza, assicurare un lavoro stabile ed una tutela previdenziale completa. Significa, però, sottrarli alla strage, procurare loro i cibi, le vesti ed i medicinali, che in copia si inviano oltre confine, significa arginare il conflitto e raffreddarlo, dare respiro e tempo per l‘assunzione di più definitive decisioni di solidarietà, che il mondo civile non ha saputo ancora rinvenire, perché è confuso, perché è timoroso e perché è egoista.

     

    li confine tra la guerra, che deve essere sempre evitata, ed il diritto-dovere di ingerenza della comunità internazionale per disarmare chi vuole uccidere, proclarnato dal Papa, è sottile, e ricorda quello della differenza fra guerra giusta e guerra ingiusta, fra guerra di aggressione e guerra di liberazione, di ottocentesca memoria.

     

    Esso va, comunque, individuato e segnato. E' la prima sfida dell'epoca post-comunista, di un mondo  che è e vuole rimanere privo di blocchi contrapposti.

     

    Roberto Melchiorre

    ITALIANI QUESTI GIUSTIZIERI

    GENNAIO 1995

     

    Era il 28 aprile 1945. Un manipolo di partigiani, al comando del colonnello "`Valerio" (Walter Audisio), nei pressi di Bonzanico (in provincia di Como), con un fucile di fabbricazione francese, oggi conservato nel museo di Mosca, fucilava Benito Mussolini e la sua amante, Claretta Petacci, fedele fino alla morte.

     

    Nel novembre 1893, Giovanni Giolitti, presidente del Consiglio dei ministri, si dimise dalla carica, travolto da un'ondata di isterismo di massa, che lo scandalo ed il fallimento della Banca Romana avevano provocato. Solo il tempo e le mutate circostanze politiche avrebbero fatto parziale  ammenda delle infondate imputazioni di corruzione, che in quel momento sembrarono determinare la fine di una carriera ingloriosa.

     

    Il 29 luglio 1900 Umberto I di Savoia moriva a Monza, vittima di un attentato compiuto dall'anarchico Gaetano Bresci, che nel sovrano vedeva il simbolo della repressione dei moti popolari del 1898 e dell'indirizzo reazionario degli ultimi governi. Eppure, il re stava attraversando la folla fra il tripudio dei giovani e, per guidizio largamente diffuso, era un uomo generoso, schietto e leale, amava il popolo e si sentiva vicino alla sua quotidiana fatica. Si trattò, come fu detto autorevolmente, di un delitto, che fu anche una suprema ingiustizia; né si può separare quel gesto dalla situazione generale italiana del decennio precedente, con la sua propaganda molto attiva di socialisti, repubblicani ed anarchici e con le sue repressioni, determinate in primo luogo da sentimenti di paura.

     

    Il 15 aprile 1944, poco dopo le ore 13, il filosofo attualista Gio­vanni Gentile, già ministro della Pubblica istruzione e personaggio eminente del regime fascista, che aveva trascorso la mattinata all’Università per insegnare, si fermò con la sua automobile davanti al cancello della stua villa, ai piedi della collina di Fiesole. L’autista scese per suonare il campanello e due giovani, appartenenti ai G.A.P. (Gruppi di Azione Partigiana), si avvicinarono alla vettura. Uno dlei gappisti chiese al passeggero: “E’ lei Giovanni Gentile?» Alla risposta affermativa seguì una raffica di colpi, accompagnata dalle parole: “Questo lo manda la giustizia popolare". Nonostante l'imbarazzo ed i silenzi seguiti all'omicido, oggi si è abbastanza certi che la sentenza era stata emanata dalla direzione dei partito comunista, che aveva voluto eliminare, con Giovanni Gentile, un intellettuale nemico, che, con il suo prestigio, avrebbe potuto attrarre alla causa della repubblica sociale Italiana i consensi di molti, specialmente giovani studenti.

     

    Era il 28 aprile 1945. Un manipolo di partigiani, al cornando dei colonnello “Valerio" (Walter Audisio), nei pressi di Bonzanico (in provincia di Como), con un fucile di fabbricazione francese, oggi conservato nel museo di Mosca, fucilava Benito Mussolini e la sua amante, Claretta Petacci, fedele fino alla morte. Veniva cosi eseguita, con particolare determinazione e con interpretazione quantomeno estensiva, la sentenza che il CLNAI (Comitato di Liberazione Nazionale Alta ltalia) aveva emanato tre giorni prima, di cui il principale ispiratore era stato Il dirigente comunista Luigi Longo. L'appendice macabra di tale esecuzione è nota. A Milano, in piazzale Loreto, insieme ai cadaveri dei gerarchi fascisti giustiziati a Dongo, furono trasportati i corpi di Mussolini e della Petacci, che, scempiati dalla folla inferocita, vennero quindi appesi per i piedi al traliccio di un distributore di benzina, donde rimasero esposti per giorni, finché non furono rimossi dagli alleati.

     

    Dopo la liberazione di Roma Vittorio Emanuele III affidò la luogotenenza del regno al figlio Umberto ed il 9 maggio 1946, in vista dei referendum istituzionale, si decise ad abdicare. Ciò nonostante, il referendum dei 2 giugno 1946 si risolse in favore della Repubblica. Umberto II, re per pochi giorni, si ritirò, di conseguenza, in Portogallo: era il 13 giugno 1946. Il giudizio popolare definitivo fu presto sancito. Oltre all'abolizione della monarchia, la Costituzione, entrata in vigore il 1° gennaio 1948, stabiliva che “agli ex re di casa Savoia, alle loro consorti ed ai loro discendenti maschi sono vietati l'ingresso ed il soggiorno nel territorio nazionale".

     

    Era passata ormai la tempesta. Le prime e più importanti fasi della ricostruzione post‑bellica erano state magistralmente condotte dal suo massimo artefice, Alcide De Gasperi. Gli animi si erano ìn certa misura placati. Eppure, la voglia di giustizia popolare continuava a serpeggiare. Al solito, le più alte cariche dello Stato erano particolarmente esposte. Lo scrittore Giovanni Guareschi, direttore del giornale Candido, in una campagna diretta proprio contro De Gasperi, pubblicò, nel 1954, alcune false lettere, a lui attribuite, secondo le quali egli avrebbe chiesto agli alleati il bombardamento di Roma! Nel corso dei processo giudiziario che ne seguì, l'uomo che per anni aveva diretto con successo ed onestà la ricostruzione dell'Italia semi distrutta dalla guerra non poté non domandarsi amaramente che popolo fosse mai quello che, al termine di una lunga e meritoria fatica governativa, trascinava in tribunale il suo capo. Il processo si concluse con una condanna per l'incauto diffamatore (caso non frequente nelle cronache politiche italiane), ma la denigrazione dell'uomo e del suo operato non fu limitata a quell'episodio isolato. Il suo tentativo di introdurre un sistema elettorale che assicurasse stabililà all'esecutivo fu per decenni ingiustamente qualificato, in modo dispregiativo ed infamante, come “legge truffa". Avrebbe ostacolato, se non impedito, i successivi governi di coalizioni eterogenee, cerlamernte meno gloriosi dei precedenti governi De Gasperi.

     

    Nel giugno del 1964 il governo Moro, allora in carica, fra le resistenze delle forze moderate, non ancora rassegnate all'ingresso dei socialisti nella maggioranza, e l'insufficienza dei sostegno popolare, fu costretto a dimettersi. Nella lunga e difficile crisi che ne seguì, la vicenda SIFAR (sigla del servizio segreto militare), con il ventilato intervento autoritario da parte dei comandante dei carabinieri gen. De Lorenzo, sembrò voler coinvolgere anche la persona del presidente della Repubblica, l'on. Antonio Segni, notoriamente avverso ai governi di centrosinistra. Questi, colpito subito dopo (il 7 agosto 1964) da una trombosi cerebrale, fu sostituito provvisoriamente dal presidente del senato, sen. Cesare Merzagora, ed il 6 dicembre 1964 si dimise definitivamente. Negli anni successivi, un'apposita commissione parlamentare d'inchiesta indagò a lungo sugli avvenimenti dei luglio 1964, senza peraltro mai chiarire una vicenda, che aveva trovato un naturale e tranquillizzante epilogo. Al presidente di centro‑destra (Segni) era seguito un presidente di centro sinistra (Saragat).

     

    La forza della giustizia popolare si sarebbe sfogata coli il successivo presidente della repubblica, anch'egli eletto con il consenso della destra: Giovanni Leone. La sua figura fu fatta oggetto di continue e crescenti insinuazioni, dagli anni dello scandalo Lockeed (1976‑77) all'ultimo della sua presidenza (1978), durante i quali seguirono sempre più pressanti, polemiche sulle sue dichiarazioni fiscali e su presunte attività speculative. L'incandescente libro di accuse su di lui e sulla sua famiglia, firmato dalla giornalista Camilla Cederna ed avallato con forza dal P.C.I., determinò, il 15 giugno l978, le sue dimissioni dalla massima carica dello Stato.

     

    Il 1978, anno memorabile sotlo molteplici punti di vista, lo fu anche sotto quello della giuglizia popolare. Non fu segnato solo dalle dimissioni di un presidente della Repubblica, ma anche dalla uccisione di una personalità, che aveva guidato numerosi governi.

     

    Verso le ore 14 del 9 maggio, a Roma, in via Caetani, fra la sede del partito comunista italiano (via delle Botteghe Oscure) e quella della democrazia cristiana (P.za del Gesù), nel bagagliaio di una Renault rossa, venne trovato, in seguito ad una telefonata anonima, il corpo senza vita dell'on. Aldo Moro. Era finito. così, dopo 54 giomi di prigionia, ucciso dalle brigate rosse, l'uomo politico che aveva guidato il maggior numero di governi dal 1963 al 1968 e che, dal 1973, si era andato affermando come il leader più autorevole del maggior partito italiano.

     

    Lo shock del delitto Moro ha contribuito a sedare, per un certo tempo, la sete di giustizia popolare, che, compressa, è sembrata riesplodere in questi ultimi tempi.

     

    Sono già dimenticate la lunga e tormentosa polemica che ha opposto la magistratura ed il partito comunista italiano da una parle e l'on. Francesco Cossiga dall'altra, le indagini su quest'ultimo per attentato alla Costituzione ed alto tradimento e le sue dimissioni da presidente della Repubblica, rassegnale il 28 aprile 1992, quando, il 15 dicembre 1992, l’on. bettino Craxi, due volte presidente dei Consiglio, riceve un avviso di garanzia, primo di una lunga serie, che distruggerà, ancor prima della celebrazione dei processi, l'uomo, il politico, il leader, i suoi parenti e collaboratori, il partito socialista italiano e sconvolgerà gran parte dei panorama della c.d. "prima Repubblica “.

     

    Non si è ancora consumata la vicenda Craxi, che (il 27 marzo 1993) l'on. Giulio Andreotti, uomo chiave della vita politica italiana dal dopoguerra in poi, presidente del Consiglio in numerosi e duraturi dicasteri, deve annunciare di aver ricevuto un avviso di garanzia da parte dei giudici di Palermo, per far luce sui guoi presunti rapporti con la mafia. Ancor prima della celebrazione del giudizio, le accuse, sapientemente dosate con la storia di un preteso bacio scambiato con Totò Riina e con le non mai sedate reminiscenze dei delitto Pecorelli (20 marzo 1979), sul quale la magistratura non ha, a distanza di 15 anni, fatto ancora sufficiente chiarezza, l'uomo, il politico, il leader ed il suo partito sono stati travolti da un processo irrefrenabilmente distruttivo.

     

    A questo punto. la "prima Repubblica" si può ritenere ampiamente crollata. Ma la storia continua e la macchia di fango segnata sembra allargarsi a vecchi ed a nuovi personaggi, ad accusati ed accusatori, ad indagati, a giudici ed a ispettori, in un’alternante serie di indagini e di contro indagini.

     

    Il 23 novembre 1994 viene platealmente nolificato a Silvio Berlusconi, presidente del Consiglio, un avviso di garanzia, mentre detiene la presidenza del Gruppo dei Sette nel summit internazionale sulla criminalità.

     

    Il 21 dicembre 1994 viene emanata la prima sentenza di condanna nel processo a carico dei dirigenti del SISDE, dal quale i personaggi politici riescono a restare fuori.

     

    In conclusione, da un secolo a questa parte, in Italia, tre sovrani (Umberto l, Vittorio Emanuele II e Umberto II) su tre sono stati condannati senza appeIlo; tre presidenti della Repubblica (Segni, Leone e Cossiga), sospettati ed indagati, si sono dimessi anticipatamente dalla massima carica dello stato; quasi tutti i principali capi di governi (Giolitti, Mussolini, De Gasperi, Moro, Craxi, Andreotti, Berlusconi), per non parlare di altri minori (Tambroni, Rumor, Goria), sono stati processati o hanno subito vicende giudiziarie.

     

    C'è qualcuno, tra gli osservatori politici, che abbia riflettuto a sufficienza sopra un'anornalia tanto vistosa? Forse è il caso di iniziare a nutrire qualche dubbio sulla maturità democratica, sull'intelligenza politica e sull'equilibrio di un popolo, che si sente appagato nel sottoporre regolarmente a giudizio i suoi capi, innocenti o colpevoli che siano, prescindendo completamente dai meriti che essi abbiano eventualmente acquisito.

     

    Roberto MELCHIORRE

    IL SACCHEGGIO SENZA FINE DELLA PREVIDENZA

     

     

    Non è ancora definitivo il provvedimento che impone alle imprese con più di 50 dipendenti di trasferire il 50% del TFR (trattamento di fine rapporto) all’INPS o ai Fondi di pensione integrativi, che l’eurocommissario Almunia, il governatore della Banca d’Italia Draghi (?), il presidente della Confindustria Montezemolo (?), partiti della maggioranza e dell’opposizione, importanti testate giornalistiche ed “esperti” di sinistra e di destra tornano immediatamente a raccomandare riforme strutturali per diminuire il “deficit” pubblico, soprattutto con riferimento alle riforme in campo sanitario e  previdenziale.

    In questo ultimo settore, in particolare, si è passati, negli ultimi decenni, da un atteggiamento estremamente prudenziale, che ha caratterizzato i vecchi progetti Scotti (degli anni Ottanta) e Marini (del 1991), molto rispettosi delle posizioni acquisite e attenti a non rendere traumatico il passaggio dal vecchio ad un nuovo regime, ad un accanimento esagerato e non completamente giustificato.

    A tale rigore si sono ispirate le ripetute riforme (Amato, Ciampi, Dini, Prodi?, D’Alema?), che dal 1992 al 2001 hanno sempre più limitato il diritto ad andare in pensione, frenando e riducendo le pensioni di anzianità, ostacolando il cumulo fra la pensione anticipata e la retribuzione, riducendo il valore non solo reale, ma persino nominale delle pensioni, sia attraverso la riduzione delle aliquote, sia mutando il regime da retributivo a contributivo.

    Dopo la boccata di ossigeno concessa ai pensionati dal governo Berlusconi (2001-2006), che ha sostituito il sistema delle penalizzazioni nei confronti di chi lascia in anticipo il lavoro con quello degli incentivi a rimanere anche dopo aver maturato il diritto e ha aumentato i trattamenti pensionistici minimi, viene oggi  nuovamente seminato il panico, sia con provvedimenti punitivi per gli imprenditori ed i lavoratori (trasferimento di parte del TFR all’INPS o ai Fondi Pensione, sistema del silenzio assenso), sia con la minaccia assillante di nuovi, ineluttabili, indefiniti provvedimenti restrittivi, che comunque dovranno ridurre strutturalmente, ossia definitivamente, a danno dei pensionati, la sempre più insostenibile spesa pubblica.

    Alcune semplici osservazioni dovrebbero contribuire ad illustrare la situazione in modo più pacato del solito ed a rendere meno catastrofico il quadro che normalmente si raffigura, o quantomeno si sottintende.

    La motivazione che si adduce normalmente per giustificare le menomazioni del diritto a pensione (temporali e quantitative) viene desunta dal fatto che la vita media tende ad allungarsi e che il numero dei lavoratori e, quindi, dei contribuenti previdenziali tende a diminuire, con il duplice svantaggio, per i fondi di previdenza, di maggiori uscite per trattamenti pensionistici e di minori entrate contributive.

    Impostato in tal modo, il problema sembra di soluzione difficile, che diviene impossibile se si ipotizza un aumento infinito della popolazione anziana a fronte di una continua riduzione delle fonti di finanziamento della Previdenza.

    Così facendo, però, due fenomeni, che ogni persona di buon senso riterrebbe assolutamente positivi, l’allungamento delle speranze di vita e la liberazione dalla fatica e dalla necessità del lavoro, vengono considerati alla stregua delle massime calamità per la nazione.

    L’errore fondamentale del ragionamento comincia ad apparire, se solo si pone mente al fatto che negli ultimi decenni, pur in presenza di un sensibile aumento della popolazione anziana, di una diminuzione dell’occupazione giovanile di circa il 10% (?) e di una corsa sfrenata alle pensioni di anzianità, dettata dal panico, la spesa previdenziale è rimasta, in percentuale rispetto al PIL, pressoché inalterata:

     

     

    Come si è potuto verificare questo miracolo inaspettato?

    Le ragioni sono semplici.

    L’aumento della produttività legato soprattutto allo sviluppo dell’informatica e della telematica ed alla robotizzazione ha incrementato il PIL.

    Le ripetute riforme previdenziali, ritenute ancora parziali ed insufficienti, hanno dispiegato effetti non solo sufficienti, ma esorbitanti, avendo limitato notevolmente la spesa, per effetto della drastica riduzione del diritto alla pensione di anzianità e dell’introduzione del sistema contributivo in sostituzione di quello retributivo.

    L’inflazione, soprattutto quella successiva all’introduzione dell’euro, ha penalizzato le pensioni anche in rapporto al PIL.

    Se finora il rapporto spesa previdenziale/PIL si è mantenuto entro limiti sopportabili, è prevedibile che, “sic stantibus rebus”, possa rimanere tale anche nei prossimi anni?

    La risposta è senz’altro positiva, per alcune ragioni, egualmente intuibili.

    Innanzitutto, il numero di coloro che potranno ancora beneficiare della pensione anticipata, esaurita la corsa determinata dal panico seminato e trascorso il periodo transitorio previsto nella riforma Maroni, diminuirà, fino praticamente a scomparire.

    In secondo luogo, con il passare degli anni aumenterà il numero delle pensioni calcolate con il sistema contributivo, e si esauriranno quelle calcolate con il sistema retributivo, con notevole diminuzione del valore dei trattamenti pensionistici.

    In terzo luogo, essendo notevolmente diminuito il numero dei lavoratori occupati, non molto tardi diminuirà anche il numero dei pensionati, o i pensionati godranno di un trattamento previdenziale rapportato ad un minor numero di anni lavorativi.

    Infine, la schiera dei lavoratori che al limite dell’età pensionabile non sarà riuscita a lavorare per il periodo minimo richiesto (ieri cinque anni, oggi venti anni), pur avendo versato cospicui contributi non potrà godere di alcun diritto a pensione.

    Le conclusioni che si possono trarre sono di due ordini.

    Innanzitutto, va abbandonato il dogma che la previdenza vada finanziata esclusivamente con i contributi dei lavoratori ed accettato il fatto che possa essere finanziata dalla fiscalità generale, pur restando inalterato il rapporto finanziamento previdenziale/PIL.

    In secondo luogo, più della sostenibilità finanziaria del sistema, è urgente cominciare a preoccuparsi della perdita del potere d’acquisto delle pensioni e della situazione di quei lavoratori che nel corso della vita lavorativa rimarranno più facilmente senza occupazione e senza nessuna protezione previdenziale.

    Sicuramente la graduale eliminazione del TFR lascerà privi i pensionati dei benefici della liquidazione, ma non riuscirà neppure a coprire completamente le carenze del nuovo regime pensionistico.

    La forte e sempre crescente pressione fiscale, oggi al 43%, dovrebbe far fronte prioritariamente a questi problemi (indennità di disoccupazione e rivalutazione delle pensioni), piuttosto che alimentare vecchie e nuove spese inutili  o di minore utilità sociale.

    IL DEBITO PUBBLICO OGGI IN ITALIA

    GIUGNO 1994

     

    In un precedente articolo apparso su questo giornale nel Mese di maggio trascorso, abbiamo tratteggiato la storia del debito pubblico in Italia dalla costituzione dello Stato unitario fino al 1946, anno di nascita della Repubblica.

     

    Il raffronto degli anni Novanta con quelli precedentemente esaminati pone in rilievo come peculiare della crisi attuale la mancanza di una tensione morale, di uno spirito costruttivo, di una capacità di investire. La spesa ed il debito pubblico crescono irrefrenabilmente ma, in prevalenza nelle forme della spesa corrente e di quella per interessi.

     

    Mancanti sono le grandi opere architettoniche artisticamente rilevanti (fatta eccezione per la tinteggiatura delle facciate delle Chiese); ridotte sono le opere di pubblica utilità: persino le costruzioni autostradali e delle linee ferroviarie ad alta velocità segnano il passo; in crisi sono i porti ed in stasi gli aeroporti; pochi gli ospedali e le scuole di nuova costruzione; in vendita le banche, le imprese pubbliche e gli immobili dello Stato e degli enti parastatali; smobilitate le centrali nucleari; solo gli stadi ed alcuni raccordi viari hanno ricevuto un effimero impulso dai giuochi mondiali di calcio.

     

    La via intrapresa dai governi Amato e Ciampi per giungere al risanamento della finanza pubblica è stata quella dei rigore, della riduzione della spesa pubblica, soprattutto sanitaria e previdenziale, dello smantellamento traumatico e generalizzato dello Stato sociale, dell'aumento protervio e spietato delle imposte e dei tributi.

     

    Ma, ammesso pure che la soluzione possa essere cercata attraverso la via del rigore, con le misure finora adottate questo affannoso rincorrere il "deficit" dello Stato è destinato a tradursi in una rinnovata fatica di Sisifo. Finchè le amministrazioni pubbliche ed il Governo stesso si ostineranno a presentare bilanci generalmente formati sullo schema di quelli degli esercizi precedenti, anche ridotti, nelle previsioni o nei propositi, di una qualche percentuale, ma sempre incrementati, anche a causa della pluralità dei centri decisionali, in fase di consuntivo, la spesa è purtroppo destinata a riprodursi, indipendentemente dalla sua utilità.

     

    Disastrosi, al riguardo, sono stati gli usi e gli effetti della sentenza n. 1 del 1966 della Corte Costituzionale, la cui interpretazione permissiva dell'art. 81 della Costituzione ha consentito di approvare spese che avrebbero dovuto trovare copertura solo nelle entrate degli esercizi futuri, genericamente postulate, o nell'aumento del debito pubblico.

     

    La tendenza a colpire indiscriminatamente categorie di cittadini più deboli (pensionati dello Stato e del pubblico impiego, infermi con redditi vicini alla soglia della sopravvivenza, contribuenti a reddito fisso, automobilisti), mentre è parzialmente vanificata da analoghe misure di segno opposto (pensioni anticipate ai dipendenti delle FF.SS.. cassa integrazione e pensioni agevolate in altri settori privati), si può tradurre in mera attività vessatoria, quando non sia accompagnata da una corrispondente riduzione delle strutture pubbliche destinate a fornire le prestazioni soppresse. Ad es., l'attribuzione dell'intero costo, fino alla concorrenza di 100.000 lire, alla normalità dei cittadini delle prestazioni diagnostiche, strumentali e di laboratorio, nonché di quelle specialistiche, ne ha fatto letteralmente crollare la domanda presso le strutture sanitarie pubbliche; ma perchè la spesa possa essere effettivamente ridotta, occorrerebbe disdire le convenzioni con i medici ambulatoriali, smantellare i gabinetti di analisi, ridurre il personale infermieristico ed amministrativo. Conservare le strutture sanitarie intatte significa, invece, continuare e a sostenere tutti i costi fissi ed eliminare solo quelli variabili, in larga parte coperti dai ''tickets".

     

    Se si vuole seriamente affrontare il prolema daI lato della spesa pubblica, ben altri sarebbero i tagli da operare, che non colpirebbero preferibilmente le categorie più deboli. La prima riduzione drastica dovrebbe riguardare, allora, gli interessi passivi sul debito pubblico, operabile semplicemente ricomponendo il divorzio avvenuto fra il governo e le banche. Ma, al di là di ciò, si può tranquillamente affermare che mantenere una leva militare obbligatoria dopo che l'esperienza della guerra del Golfo ha definitivamente mostrato la sua fragilità e la sua inutilità rappresenta un grave sintomo di miopia finanziaria assicurare la sopravvivenza di una buona parte del costosissimo sistema alberghiero italiano a quattro o cinque stelle attraverso il sistema delle "missioni" dei pubblici funzionari è in stridente contrasto con ogni politica di rigore continuare a riconoscere alle case farmaceutiche prezzi di medicinali artificiosamente elevati fa dubitare della reale volontà di risanamento economico e morale; proseguire nel vezzo di acquistare immobili e costosi macchinari destinati a rimanere inutilizzati dai pubblici uffici indica una protervia volontà di spreco; persistere nella politica di criminalizzare e punire con la detenzione, in larga parte preventiva, ogni normale comportamento del comune cittadino implica la disponibilità a sostenere, per una popolazione carceraria in costante crescita, una spesa di giudizio, custodia, mantenimento e rieducazione molte volte superiore a quella che lo Stato sostiene per ripagare del lavoro ed assistere nel bisogno una popolazione libera, di pari numero; conservare, nonostante la riforma elettorale, una classe politica (parlamentari, ministri consiglieri e membri di giunta regionali, provinciali, comunali ) tra le più numerose del mondo, con elevati compensi e duraturi benefici e privilegi ("tangenti" a parte), non rende credibile alcuno sforzo di rigore ne morale né economico; mantenere un trattamento econornico privilegiato ed esorbitante per alcune categorie di funzionari (magistrati, diplomatici, superbancari, accademici, alti ufficiali, consulenti di ogni ordine e grado) a carico dei bilancio pubblico, mentre perpetua un clima di intollerabile ingiustizia, aggrava la grave crisi delle finanze; continuare a fornire di nutrite scorte una pletora di politici, magistrati, dipomatici ed alti dirigenti, anziché tenere sotto controllo con un efficiente sistema televisivo e radiofonico ed un razionale pattugliamento l’intero territorio, indica una grave carenza di fantasia e di effettivo rigore. Ma, a prescindere dalla scelta più o meno felice delle misure adottate, sono da porre in discussione proprio i criteri fondamentali usati per combattere la crisi e, cioè, la generale riduzione della spesa e l'aumento delle imposte. Ogni crisi economica di vaste proporzioni e larga disoccupazione dei fattori della produzione è stata superata, prima e dopo la teorizzazione del Keynes, attraverso l’aumento della spesa per investimenti, i bassi tassi di interesse e l’abbondanza della moneta.

    Basti rammentare, per alcuni periodi recenti, la crisi seguita all'unificazione d'Italia ed i grandi lavori pubblici dianzi ricordati, il crollo di Wall Street nel 1929 ed il “new deal" di Roosewelt, le convulsioni della Repubblica di Weimar e la politica di spese militari di Hitler, le distruzioni della seconda guerra mondiale ed il "boom" seguito agli anni della ricostruzione. Due sono le obiezioni di fondo che si possono rivolgere ad una politica di massicci investimenti oggi in Italia:

    1)       dove può attingere fondi uno Stato profondamente deficitario?

    2)       come rimediare ad una disoccupazione dilagante, che l'ulteriore affinamento tecnologico prodotto dai nuovi investimenti tenderebbe in certo qual modo ad aggravare?

    I rimedi da adottare non possono prescindere da talune esigenze fondamentali:

    1)       lo Stato italiano deve ridurre le spese correnti in modo razionale, efficace ed assennato, anche nei modi da noi accennati, fino ad abbassare realmente le aliquote IRPEF ed IVA;

    2)       lo Stato emette da sempre moneta anche per pagare le imposte; è questo un modo snello, sicuro, poco costoso e, nelle circostanze attuali, più equo di riscossione dei contributi; solo che lo Stato italliano deve riacquistare preventivamente il suo predominio sulle banche: deve, cioè, battere moneta per sé a tasso zero, e non per le banche, alle quali oggi chiede in prestito denaro per pagare interessi che deve alle stesse, in un circolo vizioso, che ininterrottamente si autoalimenta;

    3)       lo Stato deve ridurre i tassi interesse e rendere disponibili per gli investimenti capitali a basso costo:

    4)       lo Stato deve disporre la contrazione dell'orario e delle giornate lavorative: l'informatizzazione, la robotica e la telernatica hanno ridotto vistosamente il fabbisogno di lavoro manuale; ma non si può tollerare che solo una minoranza degli uomini possa lavorare o, peggio, che solo essa debba godere interamente dei benefici di una produzione, che sempre più sorpassa il fabbisogno di tutti; il prodotto va, quindi, redistribuito, anche mediante un drastico ridimensionamento dell'opera retribuita da ciascuno prestata, senza che questo comporti una decurtazione delle retribuzioni:

    5)       lo Stato deve operare una riduzione degli ostacoli posti al libero esercizio delle attività private che, affrancate da “minimum tax", da contributi capestro, da tassa sulla salute, da persecuzioni fiscali e dal pericolo ossessivo di sanzioni penali, da difficoltà e costi eccessivi dovuti a licenze ed iscrizioni ad ordini e collegi professionali in continuo aumento, potrebbero riprendere la loro naturale vivacità.

    Un'ulteriore obiezione si può, a questo punto, sollevare e riguarda il pericolo di inflazione conseguente all'aumento della massa monetaria in circolazione. La risposta è che l'inflazione è inevitabile se la maggior quantità di denaro disponibile viene utilizzata per alimentare la spesa corrente; essa più difficilmente produce aumento dei prezzi, se è impiegata per nuovi investimenti e per utilizzare i fattori della produzione disoccupati.

    L'aumento della moneta in circolazione ridurrebbe, semmai, i tassi di interesse ed innescherebbe un ulteriore stimolo agli investimenti; ridurrebbe, in conseguenza, il debito dello Stato per interessi e, quindi, li spesa pubblica improduttiva e la rendita parassitaria.

    Da tutto ciò potrebbe conseguire una ripresa della fiducia e della produzione, la riduzione della disoccupazione, della pressione fiscale e finanziaria, l'attenuazione delle ingiustizie, un allentamento della tensione sociale ed il superamento della crisi econonica, politica ed istituzionale.

     

    Roberto MELCHIORRE

    IL DEBITO PUBBLICO IN ITALIA

    MAGGIO 1994

     

                                                                   

    Dal 1861, anno della costituzione dello Stato Unitario, fino al 1946, anno di nascita della Repubblica, il debito pubblico del nostro Paese è stato sempre più incolmabile e rischia di esserlo ancora oggi.

     

    Nel 1990 in Italia il debito pubblico (1.318.719 miliardi) ha eguagliato il reddito nazionale, per superarlo negli anni successivi, fino al 1993, anno in cui ha raggiunto il 116%, del P.I.L. (Prodotto Interno Lordo).

     

    Nel 1992, la spesa pubblica ha raggiunto il 60% del P.I.L. La sola spesa prevista per interessi nel settore pubblico, nel 1993, si è avvicinata a L. 200mila miliardi, circa l' 11% del P.I.L., il 30% delle spese correnti ed il 50% delle entrate tributarie.

     

    Correlativamente nel 1993, la pressione fiscale effettiva (imposte tasse e contributi riscossi) è stata vicina al 45% del P.I.L.. mentre quella legale sui redditi, sui servizi e sui consumi (imposte, tasse e contributi stabiliti dalle leggi) si può verosimilmente ritenere che superi il 70% dei P.I.L. senza tener conto delle imposizioni fiscali sul patrimonio e sui semplici trasferimenti, né di quelle derivanti da ammende o multe di vario genere che, se fosse completamente eliminata l’evasione fiscale, porterebbero senz’altro il gettito complessivo a superare il prodotto della nazione.

    Nel periodo 1989‑90 i tassi d'interesse a breve sono stati in media pari al 15%. I disoccupati nel 1993 hanno superato il numero di 3.000.000 ed il 12% della forza lavorativa.

     

    Si tratta, come si vede, di un quadro desolante, drammatico, inedito, sintomo evidente di una crisi politica ed istituzionale di proporzioni preoccupanti; sembra che l'intera economia nazionale sia sfuggita di mano a tutti e che difettino idee, uomini e mezzi per ricondurla entro limiti tollerabili.  Alcune domande ricorrono con sempre maggiore insistenza nei discorsi della gente pensosa.

     

    Nonostante i grandiosi progressi scientifici e tecnologici, l'enorme potenzialità produttiva dovuta all'informatizzazione dell'industria, dei servizi e della pubblica amministrazione, alla robotizzazione ed alla telematica, nonostante ancora la posizione particolarmente protetta di cui l'Italia, paese di confine, ha goduto in tutto il periodo dei due blocchi contrapposti, dopo cinquanta anni di sostanziale pace, come si è pervenuti allo smantellamento di tanta parte dello stato sociale, a questa grave mancanza di posti di lavoro e di prospettive per i giovani? Come si può pretendere dai cittadini di versare nelle casse dello Stato quasi l'intero reddito percepito e mantenere con la maggior parte delle entrate fiscali una classe di redditieri parassiti e privilegiati? Le persone più attente e riflessive si pongono un'altra serie di interrogativi.

     

    Quali principi filosofici si possono invocare a giustificazione di una situazione tanto paradossale? Lo Stato etico‑sociale del Croce è finito, il marxismo è disfatto, ma come si chiama o a quale modello si ispira lo Stato degli anni Novanta? Assistiamo, forse, ai primi effetti della c.d. "politica dei programmi", non solo avulsa dalle ideologie, ormai in disuso, ma libera anche da qualsiasi idea o convinzione morale? Sopportiamo, forse, gli effetti dei c.d. governi dei "tecnici", che, nella migliore delle ipotesi, altro non sono che politici privi dei mandato popolare? O, peggio ancora, i prodotti del governo della magistratura, unico potere costituzionale superstite, che, sebbene non rappresentativo, insindacabile, irrevocabile, gode di completa autonomia e di una singolare immunità?

     

    Sono, quelle poste, domande troppo impegnative, alle quali è difficile rispondere in poche righe. Tuttavia, più modestamente, si può cercare di individuare alcuni dei meccanismi economici e delle condizioni giuridiche che in Italia hanno procurato gli attuali guasti, i comportamenti umani maggiori responsabili delle disfunzioni, delle sofferenze e delle preoccupazioni di tanta parte della presente e delle prossime generazioni.

    Nel tentativo di offrire tale contributo alla comprensione delle difficoltà del momento, particolarmente utile sembra ripercorrere, come di consueto nei nostri articoli, un tratto della recente storia d'Italia, onde, attraverso utili raffronti ed il discernimento delle cause principali, si possa, da un lato, valutare l'effettiva gravità della crisi e giungere, eventualmente, ad un suo ridimensionamento, dall'altro cercare di trarre utili indicazioni ed evitare ulteriori dissennati errori o esasperati sacrifici.

     

    In modo specifico, conviene accennare alla storia dei bilancio dello Stato, dalla costituzione del Regno unitario all'attuale crisi della Repubblica, attraverso le fondamentali fasi percorse, che, in estrema sintesi, vale la pena di rammentare: costituzione dello Stato unitario (1861), conquista di Roma capitale (1870); lunga frattura fra lo Stato e la Chiesa (1870‑1929); industrializzazione del Nord e realizzazione di grandi opere pubbliche (ferrovie, trafori, canali, bonifiche, strade, porti e fari, servizi telegrafici e postali); avvento della sinistra al potere (1876); partecipazione alla grande guerra (1914-1918); crisi postbellica e fascismo; seconda guerra mondiale (1939‑1945); resistenza; caduta della Monarchia e nascita della Repubblica 1946); ricostruzione e "boom" economico; protesta giovanile e movimenti del 1968; crisi del petrolio; terrorismo; fine della guerra fredda e caduta del comunismo internazionale; crisi morale, politica, istituzionale ed economica della prima Repubblica,

     

    In questo articolo fermeremo l'indagine al momento della costituzione della Repubblica, per riprenderla successivamente e condurla fino ai nostri giomi.

     

    Pur esaminando tutti i bilanci dello Stato dei periodi ricordati, non certo tranquilli, né privi di ardui problerni, è dato riscontrare che un debito pubblico paragonabile a quello maturato dal 1990 si è raggiunto, in tempo di pace, solo nei decenni successivi all'unificazione del Regno e nel periodo della grande depressione economica. Infatti, solo tra il 1875 ed il 1897 e tra il 1927 ed il 1939 il rapporto debito/prodotto è stato superiore al 100%. In ambedue i casi, ad un debito ereditato dal passato e dalla guerra si sono aggiunte nuove necessità di spesa pubblica, in un contesto di bassa crescita del prodotto e delle entrate fiscali.

     

    La situazione dell'Italia all'indomani del 1861 era indubbiamente di una difficoltà estrema, per la necessità di riparare alle deficienze degli Stati pre‑unitari e di aprire la strada ad un più intenso movimento economico. Eppure, si è riusciti, tra notevoli difficoltà e nella carenza dei mezzi, a costruire, nel primo trentennio della storia d'Italia, un migliaio di chilornetri di strade ordinarie ed a portare la ferrovia da Bologna ad Otranto, da Foggia a Caserta, da Arezzo a Roma e da Roma a Caserta e a Napoli, in modo da permettere le comunicazioni e gli scambi tra Nord e Sud, che alla proclamazione del Regno erano, di fatto, sostanzialmente separati .

     

    Nello stesso periodo, sempre nell'arco di un trentennio, l'esercito si è lentamente adeguato alla politica del nuovo, più importante Stato nazionale. In particolare, l'ordinamento militare Ricotti (1870‑75), nel ridurre la ferma di leva da 5 a 4 anni, e poi a 3, ha introdotto il servizio generale obbligatorio ed ha riorganizzato l'esercito secondo il modello prussiano, affermatosi in Europa dopo le guerre vittoriose contro l'Austria (1866) e contro la Francia (1870), suddividendolo in esercito permanente, milizia mobile e milizia territoriale. Negli anni seguenti, nel periodo della c.d. "pace armata”, gli ordinamenti Mezzacapo (1876‑77), Ferrero (1882‑83) e Bertolé‑Viale (1877‑78) hanno rinforzato, a più riprese, gli organici e sviluppati settori (l'artiglieria) e corpi (gli alpini) specializzati.

     

    Si tratta, ancora, del periodo in cui è rinata l'idea di Roma, di quella terza Roma (del Popolo e della Scienza) che avrebbe dovuto seguire la prima (dei Cesari) e la seconda (dei Papi). Certamente, tale idea non ha permesso alla nuova capitale d'Italia di raccogliere l'eredità dell'impero romano (che, semmai, dopo la caduta di Costantinopoli, è spettata alla Mosca degli zar), ma ha certamente provocato, più modestamente, il risveglio di una certa vita intellettuale, economica. burocratica, di cui il segno più eloquente è stato l'aumento della popolazione da 180.000 abitanti nel 1870 a 450.000 nel 1900. Segno tangibile e duraturo di tale rinnovata vivacità si riscontra ancora nella importante ristrutturazione urbanistica, che ha interessato l'elevazione dei muraglioni dei Tevere, l'apertura del Corso Vittorio Emanuele II, la costruzione del Viale dei Re (poi Viale Trastevere), la realizzazione dell'area della zona ferroviaria presso Santa Maria Maggiore, nonché l'edificazione, l'ampliamento o la ristrutturazione di imponenti edifici pubblici (Accademia d'Italia, Montecitorio, ospedale militare Celio, Policlinico Umberto I, palazzo della Banca d'Italia, palazzo di Giustizia, palazzo delle Esposizioni, palazzo dell'Esercito, palazzo della Cassa Depositi e Prestiti, monumento a Vittorio Emanuele II).

     

    Il periodo successivo alla unificazione dei Regno ha visto, altresì, il sorgere delle prime industrie nei campi siderurgico, meccanico, cantieristico ed elettrico. Le diverse iniziative sono state suscitate prevalenteniente da impulsi dei governo e dalla sua politica di sviluppo delle comunicazioni e degli armamenti. Per la produzione dell'acciaio fuso sono stati installati moderni impianti, soprattutto a Terni. Per la produzione meccanica in genere il primo e più grande centro è stato creato dalla società Ansaldo di Genova, che ha esplicato la sua attività nel campo delle costruzioni navali, ferroviarie e dell'armamento. Nel campo elettrico, a Milano, nel 1882, è sorta la società Edison, che per prima ha sfruttato la possibilità di trasportare a distanza l'energia.

     

    Il secondo periodo della storia nazionale in cui il rapporto debito pubblico/P.I.L. è stato superiore al 100% comprende gli anni dal 1927 al 1939 e corrisponde, approssimativamente, a quello della grande depressione economica mondiale. In riferimento ad esso, non prima di aver ribadito tutto il male che è stato detto sul Fascismo, soprattutto per le limitazioni poste alle libertà e per la partecipazione alla seconda guerra mondiale, non possono sottacersi, tuttavia, alcuni comportamenti in campo economico, che, seppur nel periodo in esame hanno contribuito ad accelerare un processo di autarchia, che ha condotto disastrosamente al conflitto, si sono rivelati, successivamente, tra i pilastri dell'incredibile sviluppo della nazione nel periodo della ricostruzione postbellica.

     

    Nel campo delle coltivazioni industriali, il fatto più importante è stato il rafforafforzamento dell'industria chimica moderna, che si riassume nell'opera della Montecatini e dei suo principale ispiratore, Guido Donegani. Il processo di assorbimento di imprese minori e l'introduzione di nuove lavorazioni ha fatto, allora, della Montecatini, un complesso di dimensioni europee, che nel territorio italiano non ha avuto precedenti. L'Iltalia ha acquisito, inoltre, con la Snia Viscosa, un posto di rilievo nel quadro mondiale anche nella produzione in scala di massa delle fibre sintetiche.

     

    Ma i fatti rilevanti e forieri di benefici effetti, che sono apparsi in pieno dopo la guerra, sono stati la fondazione dell'I.M.I. (Istituto Mobiliare Italiano), creato nel 1931, e quella dell'I.R.l. (Istituto per la Ricostruzione Industriale), avvenuta nel 1933. Specialmente quest'ultimo ha avuto il compito di procedere alla liquidazione di tutte le attività e passività derivanti dai salvataggi delle imprese in crisi, recidendo gli intrigati legami esistenti fra le industrie e le banche. Più ancora che nei suoi primi anni di vita, dopo la guerra, negli anni del "boom" economico, si è potuto meglio comprendere la bontà della formula adottata ed il ruolo che l’ente ha assunto come strumento di politica programmata nei campi degli investimenti, dell'occupazione e di un regionalismo equilibrato.

     

    Il periodo in esame ha visto ancora un generale riassetto ed una significativa espansione degli istituti giuridici delle assicurazioni sociali, il cui principale sviluppo era stato, certamente, operato dal Giolitti. In particolare, sotto il Fascismo è stata istituita l'Assicurazione contro la Tubercolosi ed approvata la Carta del Lavoro, sono sorti e si sono sviluppati rapidamente l'Assicurazione di Malattia e gli Assegni Familiari, sono state riformate ed estese l’ Assicurazione Infortuni e quella per l'Invalidità e la Vecchiaia.

     

    Il fervore operativo ed i risultati tangibili che si sono raggiunti in quegli anni sono, infine, visivamente confermati dalle importanti opere di ristrutturazione urbanistica e di edificazione di palazzi pubblici, delle strutture e dei servizi. Basti, fra gli altri, ancora una volta, l'esempio di Roma Si devono al Fascismo. soprattutto a quello degli anni Trenta, alcuni complessi monumentali, come il progetto dell'E 42, poi EUR, la Città Universitaria, il Foro Italico e l'apertura della Via dell'Impero, che attraversa i Fori. Risalgono ancora al periodo dei Fascismo gli scavi dei Fori imperiali e dell'Area Sacra dell'Argentina, la sistemazione della piazza Augusto Imperatore e l'apertura di via della Conciliazione. Il volto di Roma ha assunto, in definitiva, per larga parte negli anni Trenta, una nuova, seppur spesso discutibile fisionomia.

     

    Il raffronto degli anni Novanta con quelli precedentemente esaminati pone subito in rilievo come peculiare della crisi attuale anche la mancanza di una tensione morale, di uno spirito costruttivo, di una capacità di investire. La spesa ed il debito pubblico crescono irrefrenabilmente, ma, in prevalenza, nelle forme della spesa corrente e di quella per interessi.

     

    In un prossimo articolo indagheremo più da vicino con mggiore completezza le peculiaritá della recente crisi finanziaria. In esso tenteremo, altresì, di indicare una terapia, con l'avvertenza, tuttavia, che essa sarà difficile e dall'esito non scontato, nella consapevolezza che nessuno sembra oggi avere in tasca una ricetta sicura, né tantomeno miracolistica.

     

    Roberto MELCHIORRE

     

    I FONDI DI PENSIONE INTEGRATIVI

     

    Il decreto legislativo del 3 marzo 1993, istitutivo dei Fondi di Pensione integrativi, veniva incontro ad un'aspirazione a lungo coltivata dalle imprese di assicurazione e dagli operatori del settore monetario (banche, società finanziarie).

    Costoro, nel promuovere una pressante campagna pubblicitaria, ne hanno ampiamente propagandato ogni aspetto positivo, ma li hanno presentati, tra l’altro, come la panacea ai difetti ed ai limiti di un sistema perisionistico pubblico, generale ed obbligatorio, che da diversi anni va mostrando segni evidenti di obsolescenza e di vetustà.

     

    Un siffatto preteso rimedio normativo ha di poco preceduto la prima riforma del sistema pensionistico generale attuata dal progetto Amato (Decrelo legislativo 30. 11.93 n. 503), che ha rappresentato un tentativo di inversione di tendenza nel processo di esaurimento dei fondi generali e di tutti i fondi obbligatori, sostitlutivi ed esclusivi di quello generale.

    Sicuramente, nonostante il sacrificio delle aspettalive di vaste categorie di lavoratori statali, dipendenti degli enti locali e delle USL, è stato per la prima volta prolungato il periodo lavorativo massimo ed aumentato il periodo contributivo minimo richiesto per la maturazione del diritto alla pensione.

     

    Queste correzioni, invano tentate per decenni da minisitri succedutisi nel Dicastero del Lavoro e della Previdenza Sociale (Scotti, Marini), così come le altre innumerevoli che sono seguite negli anni successivi e quelle che l’attuale governo Berlusconi 2 sta introducendo, sono effettuate sotto la spinta congiunta delle pressioni internazionali, della Confindustria e della Banca d’Italia.

     

    Sicuramente esse, nel tempo, potranno attenuare il divario tra le uscite (proporzionate al numero dei pensionati ed alla loro longevità) ed entrate (proporzionate al numero dei lavoratori ed alla durata della vita lavorativa media).

     

    Ma, poiché, nonostante queste rettifiche, dolorose e significative, in avvenire, come si sostiene, un numero sempre più numeroso di anziani verrà a gravare su un numero sempre minore di lavoratori attivi, e poiché, sulla base delle attuali proiezioni, nei prossimi decenni la previdenza sociale non riuscirà più a corrispondere pensioni mediamente pari all'80 per cento dei salari, ma dovrà ridurre le sue prestazioni a pensioni che si aggireranno intorno al 50 per cento dell'ultima retribuzione, si conclude che chi vorrà sopravvivere dovrà provvedere ad assicurarsi con altri versamenti volontari una pensione integrativa.

    A questo punto non sarà certo inutile ripercorrere brevemente le tappe principali di un faticoso processo storico che, con tutte le manchevolezze e gli sprechi provocati da un’insana gestione, ha segnato, tuttavia, uno dei caratteri positivi ed un incontestabile vanto dei sistemi giuridici occidentali del XX secolo: quello della tutela previdenziale dei lavoratori.

    In Italia il dovere sociale di sovvenire i meno abbienti, specie nella vecchiaia, con prestazioni non legate alle elargizioni caritatevoli, fu avvertito, tra i primi, dal Cavour.

     

    Questi, non ancora sospinto dalle classi lavoratrici, allora disorganizzate, già nel 1859, nel presentare al Parlamento il primo disegno di legge per la istituzione di una cassa di rendite vitalizie per la vecchiaia, sosteneva che una Cassa di rendite vitalizie per la vecchiaia doveva essere completamento di un sistema di beneficienza, che non avesse per fondamento la carità dei più agiati, bensì per base la previdenza.

     

    La legge proposta dal Cavour non ebbe pratica attuazione, come non ebbero attuazione le successive proposte del Mancardi (1877) e del Berti (1881).

     

    Solo nel 1898 venne approvata la costituzione di una Cassa di Previdenza per la vecchiaia degli operai (L. 17.7.1898, n. 350), destinata ad attuare una forma di previdenza libera, integrata dallo Stato, vaticinata da Luzzati.

     

    La previdenza libera, tentata invano anche con l'esperienza di una Cassa nazionale per gli infortuni, si risolse, però, ben presto, in un’amara delusione. In capo al primo decennio di esperimento della Cassa nazionale di Previdenza, lo stesso Luzzati, che aveva mostrato per essa tanta fervida operosità, doveva onestamente dichiarare di essere un convertito e sconsolatamente concludere che "la previdenza libera ha fatto fallimento nel nostro paese"

     

    La prima legge di assicurazione obbligatoria in Italia è stata quella contro gli infortuni di determinate categorie di lavoratori dell'industria (L. 17.3.1898, n. 80), che deve considerarsi la primogenita delle varie forme di assicurazione sociale obbligatoria.

     

    L'assicurazione sociale obbligatoria, improntata inizialmente a criteri privatistici, si è quindi evoluta verso forme più mature, sia sul piano giuridico, sia su quello politico-sociale.

     

    Sul piano giuridico ha elaborato innanzitutto il principio del c.d. "rischio professionale",secondo il quale al datore di lavoro è imputala una sorta di reponsabilità oggettiva dei danni derivanti, per ragioni di lavoro, all’integrità fisica dei lavoratori dipendenti.

     

    Il principio dell'automatismo dell’assicurazione ha permesso l'estensione della tutela previdenziale a quei lavoratori, per i quali il datore di lavoro non aveva ottemperato all'obbligo di contrarre l’assicurazione.

     

    Il principio della “pensione retributiva” (introdotto con il D.P.R. 488/68 in contrapposizione a quello della "pensione contributiva") ha permesso un aggancio dei trattamenti pensionistici alle ultime retribuzioni percepite dal lavoratore, indipendentemente dall'entità dei contributi versati nell'arco della vita.

     

    L'adeguamento delle pensioni alle mutate circostanze attraverso i meccanismi della “rivalutazione" e della "perequazione" ha permesso che il tempo non riducesse in modo intollerabile il valore dei trattamenti previdenziali maturati.

     

    Questa lenta, ma preziosa evoluzione giuridica dell'istituto ha permesso, lungo tutto l'arco dei XX secolo, un notevole progresso politico‑sociale, del quale, anche se inavvertitamente, ha di certo beneficiato la generalità dei cittadini.

     

    Una peculiaritá dei fondi di pensione, tuttavia, siano essi obbligatori o facoltativi, è quella di consentire all'ente gestore un accantonamento iniziale di capitali (quando sono numerosi i contribuenti e scarsi i pensionati), un successivo equilibrio fra entrale ed uscite (quando il numero dei contribuenti è uguale, per contributi versati, a quello dei pensionati), una tendenza progressiva al "deficit”, man mano che diminuiscono gli iscritti ed aumentano, per numero e per anni di vita, i beneficiari).

     

    Indipendentemente dagli sprechi, dalla cattiva gestione, dagli erratii investimenti, dalla pressione fiscale, la situazione attuale della generalità dei fondi di previdenza pubblici corrisponde esattamentle a quella dell'ultima fase descritta.

     

    Il progresso tecnico, l'automazione, la disoccupazione, la crisi demografica hanno contribuito, tutti ed in misura inaspettata, a ridurre il numero dei contribuenti.

     

    I progressi della medicina, delle abitudini igieniche, le accresciute possibilità economiche ed il lungo periodo di pace nel mondo occidentale hanno incrementato oltre ogni previsione il numero e gli anni di vita dei percettori di trattamenti pensionistici.

     

    II problema che attualmente si pone è esattamente questo: è sufficiente la riforma pensionistica finora attuata a riequilibrare i conti dei fondi pubblici di pensione obbligatoria?

     

     Se la risposta continua ad essere, nonostante tutti i sacrifici finora imposti, ancora negativa, le soluzioni, semplici e piane, dovrebbero comportare:
    a)       aumento graduale degli anni di contribuzione;
    b)      aumento graduale dell'entità dei contributi;
    c)       finanziamento del sistema previdenziale attraverso la fiscalità generale;
    d)      spostamento in avanti dell’età pensionabile;
    e)       introduzione di un tipo di contribuzione a carico di chi utilizza apparecchi ed automatismi che riducono l'occupazione, proporzionata al risparmio di mano d’opera che essi consentono;
    f)        obbligatoria ristrutturazione delle pensioni in funzione di uno standard minimo di esistenza libera e dignitosa per tutti e non della conservazione di uno "status" di agiatezza acquisito da pochi.

     

    La soluzione perseguita con l’innovazione dei Fondi Pensione Integrativi ha tutta l’aria di rivelarsi una millanteria in un futuro non lontano.

     

    Essi non possono, infatti, sfuggire ad una logica stringente: o una sola parte dei lavoratori avrà la previdenza di adeguarsi al sistema dei fondi pensione, e allora vedremo la parte meno accorta della popolazione versare in situazioni d’indigenza  e di disdoro, oppure vi si adeguerà la generalità dei lavoratori, e allora non si capisce perché non si possa ricorrere al sistema più logico, meno costoso e più giusto dianzi indicato.

     

    Il problema da risolvere preliminarmente è quello di stabilire se ci saranno domani risorse sufficienti a mantenere una folla più numerosa di anziani; se ci saranno, (ed è prevedibile che ci siano, dati i continui progressi tecnologici e l’aumento conseguenziale del P.I.L.) è auspicabile che esse affluiscano al sislema previdenziale pubblico; se non ci saranno, i fondi privati non potranno comunque produrle.

     

    Il risultato più probabile sarà quello che una qualche inflazione, spontanea o favorita, avrà permesso agli operatori finariziari (banche, assicurazioni, società improvvisate e strumentali) di ingrassare per decenni ed ai contribuenti volontari di trovarsi in vecchiaia con un pugno di mosche in mano, come è successo negli anni Cinquanta e Sessanta ai beneficiari di assicurazioni private  sulla vita.

     

    La veritá che traspare è che i Fondi Pensione Integrativi non sono fondamentalmente mirati a risolvere i problemi della previdenza, ma hanno lo scopo principale di sopperire in qualche modo alla sete di capitali del sistema bancario e delle imprese.

     

    Dott. Roberto Melchiorre

    GIUSTIZIA ALL'ITALIANA

    20 novembre 2003

    Quotidiano  L’OPINIONE diretto da Arturo DIACONALE

    GIUSTIZIA ALL’ITALIANA

    Da Giolitti a “mani pulite” il morbo italiano della giustizia infetta l’Europa da oltre un secolo

    Di Roberto Melchiorre

    Nel novembre 1893, Giovanni Giolitti, presidente del Consiglio dei ministri, si dimise dalla carica, travolto da un'ondata di isterismo di massa, che lo scandalo ed il fallimento della Banca Romana avevano provocato. Solo il tempo e le mutate circostanze politiche avrebbero fatto parziale  ammenda delle infondate imputazioni di corruzione, che in quel momento sembrarono determinare la fine di una carriera ingloriosa.

    Il 15 aprile 1944, poco dopo le ore 13, il filosofo attualista Gio­vanni Gentile, già ministro della Pubblica Istruzione e personaggio eminente del regime fascista, che aveva trascorso la mattinata all’Università per insegnare, si fermò con la sua automobile davanti al cancello della sua villa, ai piedi della collina di Fiesole. L’autista scese per suonare il campanello e due giovani, appartenenti ai G.A.P. (Gruppi di Azione Partigiana), si avvicinarono alla vettura. Uno dei gappisti chiese al passeggero: “E’ lei Giovanni Gentile?» Alla risposta affermativa seguì una raffica di colpi, accompagnata dalle parole: “Questo lo manda la giustizia popolare". Nonostante l'imbarazzo ed i silenzi seguiti all'omicido, oggi si è abbastanza certi che la sentenza sia stata emanata dalla direzione dei partito comunista, che aveva voluto eliminare, con Giovanni Gentile, un intellettuale nemico, che, con il suo prestigio, avrebbe potuto attrarre alla causa della repubblica sociale Italiana i consensi di molti, specialmente giovani studenti.

    Dopo la liberazione di Roma Vittorio Emanuele III affidò la luogotenenza del regno al figlio Umberto ed il 9 maggio 1946, in vista dei referendum istituzionali, decise di abdicare. Ciò nonostante, il referendum del 2 giugno 1946 si risolse in favore della Repubblica. Umberto II, re per pochi giorni, si ritirò, di conseguenza, in Portogallo: era il 13 giugno 1946. Il giudizio popolare definitivo fu presto sancito. Oltre all'abolizione della monarchia, la Costituzione, entrata in vigore il 1° gennaio 1948, stabiliva: “agli ex re di casa Savoia, alle loro consorti ed ai loro discendenti maschi sono vietati l'ingresso ed il soggiorno nel territorio nazionale".L’esilio è durato oltre cinquant’anni, ed ha coinvolto tre generazioni.

    Era passata ormai la tempesta. Le prime e più importanti fasi della ricostruzione post‑bellica erano state magistralmente condotte dal suo massimo artefice, Alcide De Gasperi. Gli animi si erano ìn certa misura placati. Eppure, la voglia di giustizia popolare continuava a serpeggiare. Al solito, le più alte cariche dello Stato erano particolarmente esposte. Lo scrittore Giovanni Guareschi, direttore del giornale Candido, in una campagna diretta proprio contro De Gasperi, pubblicò, nel 1954, alcune false lettere, a lui attribuite, secondo le quali egli avrebbe chiesto agli alleati il bombardamento di Roma! Nel corso del processo giudiziario che ne seguì, l'uomo che per anni aveva diretto con successo ed onestà la ricostruzione dell'Italia semi-distrutta dalla guerra non poté non domandarsi amaramente che popolo fosse mai quello che, al termine di una lunga e meritoria fatica governativa, trascinava in tribunale il suo capo. Il processo si concluse con una condanna per l'incauto diffamatore (caso non frequente nelle cronache politiche italiane), ma la denigrazione dell'uomo e del suo operato non fu limitata a quell'episodio isolato. Il suo tentativo di introdurre un sistema elettorale che assicurasse stabililà all'esecutivo fu per decenni ingiustamente qualificato, in modo dispregiativo ed infamante, come “legge truffa". Avrebbe ostacolato, se non impedito, i successivi governi di coalizioni eterogenee, certamernte meno gloriosi dei precedenti governi De Gasperi.

    Nel giugno del 1964 il governo Moro, allora in carica, fra le resistenze delle forze moderate, non ancora rassegnate all'ingresso dei socialisti nella maggioranza, e l'insufficienza del sostegno popolare, fu costretto a dimettersi. Nella lunga e difficile crisi che ne seguì, la vicenda SIFAR (sigla del servizio segreto militare), con il ventilato intervento autoritario da parte del comandante dei carabinieri gen. De Lorenzo, sembrò voler coinvolgere anche la persona del presidente della Repubblica, l'on. Antonio Segni, notoriamente avverso ai governi di centrosinistra. Questi, colpito subito dopo (il 7 agosto 1964) da una trombosi cerebrale, fu sostituito provvisoriamente dal presidente del senato, sen. Cesare Merzagora, ed il 6 dicembre 1964 si dimise definitivamente. Negli anni successivi, un'apposita commissione parlamentare d'inchiesta indagò a lungo sugli avvenimenti del luglio 1964, senza peraltro mai chiarire una vicenda, che aveva trovato un naturale e tranquillizzante epilogo. Al presidente di centro‑destra (Segni) era seguito un presidente di centro sinistra (Saragat).

    La forza della giustizia popolare si sarebbe sfogata con il successivo presidente della repubblica, anch'egli eletto con il consenso della destra: Giovanni Leone. La sua figura fu fatta oggetto di continue e crescenti insinuazioni, dagli anni dello scandalo Lockeed (1976‑77) all'ultimo della sua presidenza (1978), durante i quali seguirono, sempre più pressanti, polemiche sulle sue dichiarazioni fiscali e su presunte attività speculative. L'incandescente libro di accuse su di lui e sulla sua famiglia, firmato dalla giornalista Camilla Cederna ed avallato con forza dal P.C.I., determinò, il 15 giugno l978, le sue dimissioni dalla massima carica dello Stato.

    Il 1978, anno memorabile sotto molteplici punti di vista, lo fu anche sotto quello della giustizia popolare. Non fu segnato solo dalle dimissioni di un presidente della Repubblica, ma anche dalla uccisione di una personalità, che aveva guidato numerosi governi. Verso le ore 14 del 9 maggio, a Roma, in via Caetani, fra la sede del partito comunista italiano (via delle Botteghe Oscure) e quella della democrazia cristiana (P.za del Gesù), nel bagagliaio di una Renault rossa, venne trovato, in seguito ad una telefonata anonima, il corpo senza vita dell'on. Aldo Moro. Era finito. così, dopo 54 giomi di prigionia, ucciso dalle brigate rosse, l'uomo politico che aveva guidato il maggior numero di governi dal 1963 al 1968 e che, dal 1973, si era andato affermando come il leader più autorevole del maggior partito italiano. Lo shock del delitto Moro ha contribuito a sedare, per un certo tempo, la sete di giustizia popolare, che, compressa, è riesplosa negli anni successivi.

    Erano già dimenticate le lunghe e tormentose polemiche che avevano opposto la magistratura ed il partito comunista italiano da una parte e l'on. Francesco Cossiga dall'altra, le indagini su quest'ultimo per attentato alla Costituzione ed alto tradimento e le sue dimissioni da presidente della Repubblica, rassegnate il 28 aprile 1992, quando, il 15 dicembre 1992, l’on. Bettino Craxi, due volte presidente del Consiglio, riceveva un avviso di garanzia, primo di una lunga serie, che distruggerà, ancor prima della celebrazione dei processi, l'uomo, il politico, il leader, i suoi parenti e collaboratori, il partito socialista italiano, e sconvolgerà gran parte del panorama della c.d. "prima Repubblica “.

    Non si era ancora consumata la vicenda Craxi, quando (il 27 marzo 1993) l'on. Giulio Andreotti, uomo chiave della vita politica italiana dal dopoguerra in poi, presidente del Consiglio in numerosi e duraturi dicasteri, doveva annunciare di aver ricevuto un avviso di garanzia da parte dei giudici di Palermo, per far luce sui suoi presunti rapporti con la mafia. Ancor prima della celebrazione del giudizio, le accuse, sapientemente dosate con la storia di un preteso bacio scambiato con Totò Riina e con le non mai sedate reminiscenze del delitto Pecorelli (20 marzo 1979), sul quale la magistratura ha, a distanza di oltre 20 anni, emanato una sentenza di condanna a dir poco inquietante, l'uomo, il politico, il leader ed il suo partito erano stati travolti da un processo irrefrenabilmente distruttivo.

    A questo punto la "prima Repubblica" si poteva ritenere ampiamente crollata. Ma la storia è continuata e la macchia di fango segnata si è allargata a vecchi e a nuovi personaggi, ad accusati ed accusatori, ad indagati, a giudici ed a ispettori, in un’alternante serie di indagini e di contro indagini.

    Il 23 novembre 1994 è stato platealmente nolificato a Silvio Berlusconi, presidente del Consiglio, un avviso di garanzia, mentre deteneva la presidenza del Gruppo dei Sette nel summit internazionale sulla criminalità. Altre condanne, che sembrano ricalcare un copione ormai collaudato, hanno colpito ancora, negli anni successivi, personaggi legati alla politica ed al potere: Marcello Dell’Utri, Giulio Andreotti……..

    In questi giorni (il 29.4.2003) il Tribunale di Milano ha condannato Cesare Previti, già ministro della Difesa del I° governo Berlusconi e membro del Parlamento nelle file di Forza Italia, ad 11 anni di reclusione per corruzione ed ha così segnato un’ulteriore tappa nell’eliminazione (dopo quella di Marcello Dell’Utri) dei collaboratori di Silvio Berlusconi. Questa condanna è stata caparbiamente perseguita per oltre 6 anni dai giudici milanesi, che l’hanno finalmente ottenuta, nonostante i gravi dubbi sulla loro competenza e sulla regolarità di tante parti dell’indagine istruttoria.

    In conclusione, da un secolo a questa parte, in Italia, due sovrani (Vittorio Emanuele III e Umberto II) su due sono stati condannati senza appeIlo; tre presidenti della Repubblica (Segni, Leone e Cossiga), sospettati ed indagati, si sono dimessi anticipatamente dalla massima carica dello stato; quasi tutti i principali capi di governi (Giolitti, De Gasperi, Moro, Craxi, Andreotti, Berlusconi), per non parlare di altri minori (Tambroni, Rumor, Goria), sono stati processati o hanno subito vicende giudiziarie. Molti loro stretti collaboratori (Gentile, Balsamo, Dell’Utri, Previti) sono stati in qualche modo posti fuori gioco.

    C'è qualcuno, tra gli osservatori politici, che abbia riflettuto a sufficienza sopra un'anomalia tanto vistosa? Forse è il caso di iniziare a nutrire qualche dubbio sulla maturità democratica, sull'intelligenza politica e sull'equilibrio di un popolo, che si sente appagato nel sottoporre regolarmente a giudizio i suoi capi, innocenti o colpevoli che siano, prescindendo completamente dai meriti che essi abbiano eventualmente acquisito. Non è almeno il caso di ristabilire una certa separazione  ed autonomia dei poteri costituzionali?

    A tal fine il ripristino dell’immunità parlamentare, incautamente abolita sull’onda del clima giustizialista di mani pulite restituirebbe al Parlamento, per tradizione l’organo costituzionale più importante nelle democrazie occidentali, quella possibilità di esercitare serenamente la funzione legislativa, libero da possibili e facili ricatti ed impedimenti.

    Opportuno sarebbe, inoltre, come accade in altri paesi, proteggere dagli stessi pericoli i massimi rappresentanti del potere esecutivo attraverso una norma che consenta la sospensione dei procedimenti penali fino alla scadenza dell’incarico di governo. Certamente, come insegna eloquentemente il caso Andreotti, molte azioni giudiziarie rivelerebbbero il loro carattere puramente strumentale.

    Non si comprende, d’altra parte, come non solo il Capo dello Stato, ma anche la magistratura, che, tra l’altro, tra gli organi costituzionali italiani è l’unico completamente privo di investitura elettiva, possano godere di garanzie dal punto di vista delle responsabilità, mentre analoghe garanzie debbano essere negate ai parlamentari ed ai ministri in carica.

    I giudici, in particolare, non solo in sede penale usufruiscono di un diritto all’autocensura interna al loro organo, essendo giudicati da altri giudici, dotati di un irrinunciabile spirito di corpo, ma anche nel campo amministrativo e disciplinare dipendono dal Consiglio Superiore della Magistratura, che assicura loro la più ampia autonomia e libertà.

    Questo troppo accentuato squilibrio a favore dell’unico organo costituzionale assolutamente non elettivo, sfruttato, tra l’altro, con una certa disinvoltura, se non con molta presunzione ed arroganza, non conferisce alla democrazia italiana un alto grado di affidabilità.

     

    Dr. Roberto MELCHIORRE