roberto's profileRoberto MelchiorrePhotosBlogListsMore ![]() | Help |
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July 25 Giustizia da riformaredi Roberto Melchiorre pubblicato su www.ragionpolitica.it il 24 luglio 2008 La tentazione di eliminare il re, il capo o, comunque, coloro che detengono il potere è forte e di antica data, quanto la tendenza ad attribuire loro o alla loro cupidigia le cause di tutti i propri mali o delle proprie miserie, o quanto il desiderio di conquistare violentemente un potere, altrimenti irrangiungibile. Senza voler richiamare i grandi esempi della storia, quali quelli offerti dall'uccisione di Giulio Cesare, di Carlo I di Inghilterra, di Luigi XVI o dei Romanov, è più significativo, per comprendere la situazione italiana, ricordare quelli desunti dalle vicende del nostro stato nazionale, dall'unificazione ad oggi. Fra i primi, G. Giolitti dovette subire, nel 1893, una ingiusta accusa, che lo voleva coinvolto nello scandaloso fallimento della Banca Romana, e che lo tenne per molto tempo lontano dal governo. Più eclatanti furono le vicende che portarono alle cruente eliminazioni di re Umberto I, di G. Gentile e di B. Mussolini, massacrato con la sua amante ed esposto al ludibrio del popolo con molti suoi gerarchi in Piazza Loreto a Milano. Più vicine ai tempi attuali sono le vicende successive alla proclamazione della Repubblica. Basti ricordare la campagna giornalistica diffamatoria condotta dal giornale Candido nei confronti di A. De Gasperi, la ventilata accusa di voler sostenere un colpo di stato rivolta ad A. Segni, la campagna scandalistica condotta dalla giornalista C. Cederna nei confronti di G. Leone, la prigionia e l'uccisione di A. Moro ad opera delle brigate rosse, gli attacchi e le accuse del partito comunista italiano nei confronti di F. Cossiga. Recentemente, il fenomeno del giustizialismo nei confronti di uomini politici ha assunto, però, caratteri patologici e di cronicità. Dal tempo di mani pulite, quando, per l'opera di alcuni giudici, non insensibili agli schieramenti politici, è crollato un intero sistema politico, con l'eliminazione sostanziale dei due partiti, la Democrazia cristiana ed il Partito socialista, sui quali quel sistema si fondava, e con la decapitazione di molti suoi dirigenti, primo fra tutti B. Craxi, il furore giustizialista non si è più arrestato. Anche dopo la caduta della I repubblica e dei due partiti che all'epoca potevano ostacolare la presa del potere da parte del partito comunista l'opera dei giudici è proseguita imperterrita. Il desiderio di vendetta e di persecuzione ha inseguito per oltre dieci anni quel simbolo del sistema caduto, che sembrava volesse sopravvivere alle sue ceneri, impersonato da G. Andreotti, accusato con la bizzarra imputazione di aver baciato il capo della mafia Totò Riina e con quella infamante e falsa di essere stato il mandante dell'omicidio Pecorelli. Ma l'infaticabilità e la costanza dei giudici con sospetto di accentuata sensibilità politica, goffamente ispirate al modello delle purghe staliniane, si sono espresse al meglio nei confronti del personaggio che inaspettatamente, alla caduta del sistema democristiano, ha saputo cogliere il momento giusto per colmare il grande vuoto e per impedire la presa del potere da parte dei comunisti: Silvio Berlusconi. Egli detiene sicuramente il record del numero degli attacchi giudiziari e dei processi intentati in tutti i tempi contro un leader politico. Egli detiene, altresì, il record delle assoluzioni dalle accuse caparbiamente e parossisticamente rivoltegli da giudici, molti dei quali in forte odore di eccessiva simpatia politica per i partiti a lui avversi. Nei riguardi di una «giustizia» siffatta non vi è persona, oggi, in Italia, che possa negare con serenità di giudizio la necessità di una correzione e di una riforma. Quali sono le anomalie principali che hanno consentito ad uno dei fondamentali poteri costituzionali, quello giudiziario, di prendere il sopravvento sul Parlamento e sul Governo? Alla base di ogni altro difetto particolare è, a parere di chi scrive, l'eccessiva autonomia della magistratura, rafforzata dalla sua irrevocabilità, e l'abolizione di altre garanzie costituzionali, quali l'immunità parlamentare, poste a difesa degli altri organi costituzionali. Il Parlamento risponde periodicamente al popolo, che lo conferma o lo cambia, a seconda dei risultati conseguiti, ogni cinque anni. Il governo risponde al parlamento, il quale gli accorda o gli nega la fiducia. La magistratura non risponde a nessuno. La carriera del giudice è a vita; egli è inamovibile ed è soggetto solo alla legge. Ma anche la legge è attivata tramite la promozione dell'azione penale dei pubblici ministeri, che sono giudici essi stessi, e che, nonostante la c.d. obbligatorietà dell'azione penale, scelgono oggetti, tempi e modi della sua attivazione; la legge è, inoltre, interpretata dai giudici che, specialmente nei primi stadi del giudizio, usano spesso eccessiva disinvoltura o leggerezza, come ben dimostrano le innumerevoli sentenze che rigettano gli iniziali teoremi accusatori. I parlamentari, inoltre, vengono giudicati dai giudici, appartenenti ad un diverso organo. Anche i ministri vengono giudicati dai giudici, appartenenti ad un diverso organo. I giudici vengono giudicati anch'essi dai giudici, collegati ad essi da spirito di corpo, non solo per i loro reati, ma anche per le nomine, le carriere, le responsabilità civili, disciplinari e penali. Lo squilibrio fra i poteri dello stato risulta, a questo punto, evidente, e va necessariamente corretto. Da questa fondamentale anomalia deriva che, nonostante il principio della c.d. obbligatorietà dell'azione penale e della eguaglianza di tutti i cittadini davanti alla legge, la obbligatorietà viene esercitata con indagini a tappeto, controlli penetranti della finanza, intercettazioni telefonche ambientali, fumose e false accuse prevalentemente nei confronti dei politici, quasi mai nei confronti dei magistrati, che, se coinvolti, si scoprono appartenere per lo più a gruppi non legati a quelli dominanti nell'ambito della categoria. A fronte di questo accentuato attivismo nell'azione penale nei confronti dei politici risalta con la massima evidenza la inerzia e la lentezza degli altri processi penali, per non parlare di quelli civili, che tanta sfiducia da parte dei cittadini hanno alimentato nei confronti dei giudici. Se fondamentale è che la magistratura rimanga, per quanto riguarda il giudizio, autonoma e soggetta solo alla legge (quella vigente, non quella da loro auspicata) ogni altro privilegio è ingiustificato. La obbligatorietà dell'azione penale e la eguaglianza di fronte alla legge non vanno disgiunte da un altro principio fondamentale, quello della terzietà del giudice. Per questo il giudice deve essere distinto non solo dal difensore (l'avvocato), ma anche dall'accusatore (il pubblico ministero). Non basta, quindi, la separazione delle carriere fra pubblici ministeri e giudici giudicanti. Il pubblico ministero non deve far parte dell'ordinamento giudiziario, ma è più giusto che per nomina, carriera, trasferimenti, disciplina e decadenza sia inquadrato nell'ambito di un ministero, della Giustizia o degli Interni. Potrebbe egualmente, sempre nei limiti del possibile, ispirarsi ai criteri della obbligatorietà dell'azione penale e della eguaglianza di fronte alla legge. Ma dove le umane forze non fossero sufficienti a indagare e perseguire tutte le notizie di reato, è più logico che le «priorità» vengano fissate con criteri politici generali, piuttosto che con criteri di lotta per la supremazia fra i poteri dello Stato. La supremazia, infatti, è inequivocabilmente attribuita dalla Costituzione al Parlamento. Fondamentale è, inoltre, rimediare alla più vistosa anomalia della irresponsabilità del giudice assicurata dalla sua assoluta autonomia, inamovibilità ed irrevocabilità. Se è giusto che i giudici debbano superare un esame o, comunque, possedere idonei titoli professionali, nell'ambito dei soggetti idonei essi devono essere scelti democraticamente dal popolo, attraverso il voto, e devono avere durata non superiore a quella degli altri organi costituzionali. Chiara apparirebbe, in tal caso, l'opportunità di ridurre il ruolo del Consiglio Superiore della Magistratura. Solo con queste riforme potrà terminare la pietosa lotta fra poteri che ha funestato e sta funestando da oltre quindici anni la vita della repubblica, con un organo arroccato nei suoi privilegi e nelle sue rendite di posizione. Solo così i giudici potranno essere efficacemente richiamati ai loro doveri e giudicare con maggiore serenità e, finalmente, con la dovuta tempestività, pena la mancata loro riconferma. Roberto Melchiorre |
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