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    March 27

    PAR CONDICIO: E’ VERA EGUAGLIANZA?

     

    Roma, 1 aprile 2006

     

    Si fa un gran parlare di par condicio. Da quando Berlusconi “è sceso in campo”, nel 1993, l’argomento torna di attualità ad ogni tornata elettorale, con una vis polemica inusitata, al limite della faziosità più ottusa.

    C’è chi vorrebbe abolirla; chi vorrebbe applicarla anticipatamente; chi vorrebbe che fosse applicata soprattutto all’avversario politico.

    Alcuni si chiedono, e la gente dovrebbe chiederselo più seriamente, quali siano il significato, la portata e la validità di una disciplina che, introdotta per la prima volta nel 1993, è attualmente contenuta in una Legge del 2000, la n. 28, dal titolo Disposizioni per la parità di accesso ai mezzi d informazione durante le campagne elettorali e referendarie e per la comunicazione politica.

    In estrema sintesi, la Legge sembra volersi proporre l’obiettivo di garantire durante le competizioni elettorali una parità di trattamento ed una imparzialità nell’uso dei mezzi di informazione rispetto a tutti i soggetti politici (art. 1).

    A tal fine, sancisce che i messaggi politici, in periodo elettorale, sono ammessi nelle reti nazionali solo se autogestiti e gratuiti.

    Essi devono, inoltre, presentare liste e programmi; possono durare da uno a tre minuti per le tv; possono essere trasmessi in non più di quattro contenitori al giorno (sei per le emittenti locali), ed al massimo due al giorno per soggetto politico; devono essere divisi in modo eguale tra i partiti e le liste in competizione.

    La Legge stabilisce, in sostanza, oltre al principio, di per sé sufficiente a garantire parità di opportunità, della gratuità dell’accesso ai mezzi di comunicazione più importanti, una serie di limitazioni nei riguardi dei contenuti, della durata, del numero, del sistema di gestione dei messaggi, degli spazi dove essi possono trovare ospitalità, ed un eguale trattamento verso tutti i soggetti politici, piccoli o grandi che siano.

    Nell’introdurre tali criteri e siffatte limitazioni, la normativa sembra volersi ispirare a principi generalissimi e sacrosanti, contenuti anche nella nostra Carta costituzionale, soprattutto a quelli di eguaglianza e di libertà di pensiero, di cui la libertà di stampa è una specificazione.

    Giustamente, quindi, il Presidente della Repubblica, sempre sensibile ai più alti principi di giustizia e di libertà, sarebbe intervenuto nell’agone politico, ancor prima che esso sia ufficialmente iniziato, ed anzi con una certa propensione ad anticipare i tempi dello scioglimento delle Camere e della indizione delle elezioni, anche se l’art 85 della Costituzione prevede, in caso di “ingorgo elettivo” per la coincidente scadenza del mandato delle Camere e del Presidente della Repubblica, non un anticipo dello scioglimento delle Camere, ma una proroga dei poteri del Presidente.

    Sennonché, è lecito dubitare dell’ispirazione genuina della Legge della par condicio a quei sacrosanti principi naturali e costituzionali, segnatamente dell’eguaglianza e della libertà di pensiero e di stampa.

    Per non rischiare di essere troppo influenzato e travolto dalla vis polemica innescata dalle due inaspettate vittorie (del 1994 e del 2001) di Berlusconi sulle coalizioni catto-comunisteggianti, cercherò di richiamare definizioni dottrinarie e sentenze della Corte Costituzionale risalenti a tempi non sospetti, quando ancora l’antiberlusconismo viscerale e dilagante non inquinava ogni pensiero, ogni azione, ogni notizia.

    Secondo il costituzionalista Carlo Cereti, nel suo classico volume di Diritto Costituzionale edito dalla UTET nel 1966, il principio di eguaglianza contenuto nell’art. 3 della Costituzione, conformemente ad una giurisprudenza già allora consolidata della Corte Costituzionale (sentenze 26 gennaio 1957, n. 28; 14 luglio 1958, n. 52; 14 luglio 1961,n. 42; 27 febbraio 1963, n. 155) andava inteso nel senso che: ad eguaglianza di condizioni soggettive ed oggettive deve corrispondere eguaglianza di trattamento legislativo, mentre non vanno pareggiate situazioni oggettivamente diverse, perché il principio di eguaglianza vieta che si dettino leggi diseguali per casi eguali e leggi eguali per casi diseguali.

    A riguardo della libertà di pensiero e di stampa, secondo il medesimo Cereti, lo Stato ha il dovere di astenersi dall’inquisire sulle convinzioni interne dell’individuo e dal collegare ad esse menomazioni e responsabilità di sorta; lo Stato deve lasciare ad ogni uomo la libertà di pensiero, perché è da ritenersi che il pensiero abbia il suo massimo e più fecondo sviluppo quando sia libero da coazioni esterne; d’altra parte, il pensiero tende per sua natura a manifestarsi ed a ricevere la comunicazione del pensiero altrui, senza di che non potrebbe ulteriormente svilupparsi e perfezionarsi. Nasce da qui la tutela costituzionale delle persone di manifestare esternamente e di comunicare ad altri il proprio pensiero con la parola, lo scritto ed ogni altro mezzo di diffusione.

    La libertà di stampa è, quindi, connessa con la libertà di pensiero, poiché la stampa, solo se libera, può adempiere la sua essenziale funzione di mediatrice e di interprete tra il popolo ed i poteri costituiti, e non può, quindi, essere soggetta ad autorizzazioni e censure (art. 21 Cost.).

    La libertà di stampa si estende alle manifestazioni del pensiero non soltanto attraverso lo scritto, ma con qualsiasi mezzo atto a riprodurle e destinato alla loro diffusione (art. 21 Cost.).

    Dopo siffatti sani richiami alla nostra dottrina più solida ed alla giurisprudenza tradizionale, oltre che alla lettera ed allo spirito della nostra Costituzione, molti dubbi possono nutrirsi sulla nobiltà e sulla legittimità costituzionale della Legge sulla par condicio, soprattutto nei punti in cui equipara il più insignificante soggetto politico al partito più rappresentativo del popolo italiano e là dove ritiene di poter limitare entro schemi rigidi e precostituiti l’espressione del pensiero e l’esposizione dei fatti.

    Qualche domanda è anche lecito porsi, da semplici cittadini, sulla opportunità di alcuni recenti interventi del Presidente della Repubblica, supremo garante della Costituzione, e sulla sua assoluta imparzialità nel presente agone politico.

    Qualche certezza sulla mala fede dei partiti di sinistra è lecito nutrire, soprattutto se alle gravi limitazioni della Legge essi intendono aggiungerne altre, pretendendo un anticipo della censura ed un’estensione di questa alle comunicazioni del Governo e del Presidente del Consiglio.

     

    Roberto Melchiorre

    DEBOLI CON I PREPOTENTI, FEROCI CON I DEBOLI‏‏

     

    Roma, 10 marzo 2008

    Fra le tante eredità disastrose  che il governo Prodi lascerà a quello successivo non è certo la meno dannosa una sorta di mentalità perniciosa che, da un lato, ha favorito e coltivato tolleranza e accondiscendente inettitudine nei confronti di alcune categorie di prepotenti e, dall’altro, ispirato ferocia nei confronti di categorie più deboli ed esposte, divenute un nuovo anello debole della società italiana.

    Alcuni esempi tipici, che il lettore può riconoscere come veri per la frequenza con la quale si presentano ai suoi occhi, possono contribuire a chiarire meglio l’affermazione premessa.

    Recentemente, in provincia di Roma, nei pressi di Fiumicino, lungo una strada stretta e priva di protezione per i pedoni e gli utenti in attesa alla fermata dello scuolabus, un automobilista alla guida di una Fiat Stilo, procedente a velocità folle, ha provocato un incidente a catena ed una strage di 5 persone, travolte dal ribaltamento di una delle autovetture coinvolte. Non solo la pericolosità della strada e della fermata dell’autobus, ma anche l’abitudine del pilota ad una guida spericolata erano state più volte segnalate alle forze dell’ordine, rimaste inerti ed indifferenti.

    In altra occasione, a Roma, un’autovettura che trasportava una persona invalida, con il contrassegno da handicappato ben esposto sul cruscotto, ha percorso un breve tratto di strada riservata ai mezzi pubblici in via Gioberti, in direzione di Via Giolitti. La solita pattuglia di ausiliari alle dipendenze dell’azienda tranviaria, ben appostata, priva di paletta e di fischietto, nonché di apparecchio elettronico indicante le targhe delle vetture abilitate al passaggio, senza tentare di contestare sul posto la pretesa infrazione, come richiesto dalla regola, senza controllare neppure al rientro in ufficio i numeri delle vetture autorizzate, ha elevato, come mille altre volte, un’ammenda di 70 €. L’invalido è stato costretto a recarsi a viale Ostiense, presso la U.O. Sanzioni Amministrative, munito di contrassegno, di documenti e dichiarazioni, e perdere, unitamente al suo accompagnatore, una intera mattinata, in mezzo al traffico della strada ed alla folla in attesa agli sportelli, per farsi eventualmente annullare, dopo 330 giorni di attesa e con l’onere di conservare per cinque anni la ricevuta del ricorso, la sanzione pecuniaria ingiustamente comminata.

    Tutto questo a causa della tracotanza delle forze dell’ordine.

    Quotidianamente a Roma, in viale Regina Elena, nel tratto antistante il muro divisorio del complesso policlinico Umberto I, come anche in viale delle Province ed in via Ravenna, nei pressi di piazza Bologna, file interminabili di bancarelle improvvisate di “vu cumprà” ripetono una scena visibile in ogni altra zona di quasi tutte le città d’Italia: cittadini stranieri, soprattutto extracomunitari, più o meno muniti di permesso di soggiorno, sostano perennemente esercitando commerci abusivi, ostacolando il cammino dei pedoni sui marciapiedi, la sosta delle auto ai bordi delle carreggiate, la salita e la discesa dei passeggeri sulle vetture delle autolinee urbane.

    Tutto questo, nella più totale assenza e tolleranza dei vigili urbani e delle altre forze dell’ordine.

    In contraccambio, quotidianamente ed implacabilmente, in ogni strada di ogni città d’Italia, schiere di cosiddetti ausiliari del traffico, in realtà esattori di tasse abusive, taccheggiano gli indifesi automobilisti che posteggiano ai lati delle strade, ignari che il codice vieta, all’art. 7, parcheggi a pagamento lungo le carreggiate o in assenza, nella zona, di un congruo numero di posti gratuiti.

    Per un lunghissimo periodo a Roma, in via Catania, la palazzina sita al n. civico 9 è stata occupata abusivamente da extracomunitari e clandestini. Sono state necessarie proteste collettive, manifestazioni, raccolte di firme degli abitanti del quartiere per ottenere, dopo anni di palese illegalità, prepotenza e disdoro, la liberazione dell’immobile e la sua restituzione al legittimo proprietario. Immediatamente dopo, gli stessi sloggiati hanno provveduto ad occupare stabilmente nelle vicinanze la sede del vecchio ospedale Regina Elena, non custodito sufficientemente, e lo hanno fregiato di un enorme striscione rivendicante il diritto incondizionato alla casa per tutti, nella più totale indifferenza delle autorità.

    A fronte di tanta impunità ed arroganza il Sig. Antonio Rossi (nome di fantasia), proprietario di un appartamento di due stanze in Ladispoli, cittadina di mare in provincia di Roma, affittato per un mese estivo nel lontano 2004, non è più rientrato in possesso della sua casa e non ha potuto più riscuotere alcun fitto. Essa è stata subaffittata  dall’inquilino a cittadini stranieri. Il giudice civile, al quale il proprietario si è rivolto per ottenere la casa in restituzione, indugia da anni, nominando periti, disertando le udienze, rinviando ripetutamente la sentenza. Analogamente, le autorità di pubblica sicurezza, più volte investite degli aspetti penali dell’occupazione abusiva di quell’appartamento da parte di stranieri sconosciuti, con il pretesto del segreto istruttorio non hanno mai dato al proprietario alcuna notizia. In realtà, non risulta che si siano minimamente interessati della questione.

    Frequentemente è dato leggere sui giornali di persone condannate per reati di pedofilia in libera circolazione che violentano nuovamente bambini, ergastolani in licenza premio che rapinano e uccidono, pericolosi mafiosi in attesa di giudizio liberati dal carcere per decorrenza dei termini della custodia preventiva.

    A fronte di situazioni di questo genere, incredibilmente permissive, si riscontrano troppo spesso comportamenti persecutori nei confronti dei contribuenti, degli automobilisti e dei piccoli proprietari.

    In effetti, un contribuente che ha tardato anche di un solo giorno il versamento dell’IRPEF è sottoposto ad una sanzione che, ragguagliata ad un anno, può raggiungere percentuali di gran lunga superiori all’interesse chiesto dal peggiore usuraio in circolazione; l’automobilista colpito da sanzione amministrativa ingiusta che decide di ricorrere alla giustizia rischia di dover pagare sanzioni pressoché raddoppiate; il pensionato proprietario di un appartamento che ingenuamente decide di sopraelevare la rete che divide il suo giardino da quello del vicino senza il preventivo pagamento della tassa connessa alla presentazione della DIA rischia sanzioni pecuniarie di oltre 500,00 €, a volte superiori  alla sua pensione mensile.

    Dal quadro che emerge dagli esempi offerti risulta che, accanto alle classiche tipologie di emarginati pacifici ed onesti, mai sufficientemente assistiti e protetti (anziani, disoccupati, disagiati mentali, senzatetto…) nonostante una pressione fiscale che sfiora ormai il 50% del PIL, crescono nuove categorie di deboli ed indifesi (contribuenti, automobilisti, pensionati, piccoli proprietari), appartenenti a categorie che non molto tempo fa si ritenevano privilegiate, e che oggi, pur continuando a sostenere con le loro tasse le fondamenta della società, sono inesorabilmente perseguitati e sono meno protetti degli antichi poveri, per non parlare dei delinquenti. Accanto a loro prosperano e sono protette categorie di prepotenti, che spesso godono di esagerate garanzie o di un particolare tipo di immunità (clandestini, delinquenti, occupanti abusivi, veri o falsi nullatenenti), derivante da leggi permissive e dalla ignavia nei loro confronti delle autorità pubbliche  e delle forze dell’ordine, che preferiscono colpire il cittadino regolare, solo perché è più facile individuarlo e ghermirlo.

    Roberto Melchiorre