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October 21 GLI IPOCRITI DIFENSORI DELLA COSTITUZIONE
di Roberto Melchiorre
In tema di misure atte ad uscire dall’attuale crisi finanziaria ed economica, paragonabile per gravità e durata solo alla grande depressione del 1929, si suole spesso invocare la necessità di un urgente ricorso alle riforme, che non sempre vengono, tuttavia, meglio specificate. Le divergenze riguardano, più che altro, i tempi della loro attuazione, ritenuti da taluno urgenti, da altri in qualche modo rinviabili. In mancanza di indicazioni più precise, sembra ad ogni modo che tutti vogliano alludere alle riforme di cui normalmente si parla sulla stampa o che sono state oggetto di tentativi recenti, più o meno riusciti, di provvedimenti legislativi. Le riforme da adottare dovrebbero riguardare, pertanto, il lavoro, le istituzioni, la pubblica amministrazione e la completa sua digitalizzazione, il sistema elettorale, le pensioni, la giustizia, la scuola e l’università, il conflitto di interessi, dei quali da lungo tempo si parla, o la riduzione delle aliquote fiscali, il regolamento del risparmio e della borsa, le norme sulla sicurezza e sull’immigrazione, la cui esigenza è emersa con forza più recentemente. Indipendentemente dalle riforme in parte già attuate e dalla maggiore o minore adeguatezza di queste e di quelle ancora da attuare a risolvere i problemi creati o aggravati dalla crisi, spesso del tutto assente, unanime risulta il grido dei commentatori e dei politici a difesa della intangibilità della Costituzione, specialmente della sua prima parte, quella che contiene l’enunciazione dei cc.dd. principi inviolabili, riaffermati, dopo e contro il crollato regime fascista, dai padri fondatori della repubblica italiana. Più possibilisti appaiono i commentatori e le forze politiche nei riguardi della seconda parte della Costituzione, quella concernente l’ordinamento e l’organizzazione dello Stato, che potrebbero e dovrebbero essere, sotto alcuni aspetti, anche importanti, modernizzati. Mentre i riferimenti alle riforme dell’ordinamento e dell’organizzazione dello Stato sono abbastanza precisi, le allusioni rimangono più frequentemente nel vago quando si parla dei principi inalienabili e intangibili. Per esigenze di chiarezza, pare allora opportuno specificare quali siano i principi fondamentali tutelati dalla carta costituzionale. I più generali, proclamati nei primi quattro articoli, sono indubbiamente la Democrazia, la Libertà, l’Uguaglianza, il Lavoro. Essi si traducono, nel dettaglio, in una serie di diritti più particolari, che hanno effettivamente reintrodotto e realizzato, nella vita sociale e quotidiana del paese, il clima di libertà, precedentemente conculcato. Tra i più importanti, si possono annoverare il diritto ad un lavoro dignitoso e sufficiente (artt.1 e 4), l’uguaglianza di fronte alla legge (art. 3), la inviolabilità del domicilio (art. 14), la libertà e la segretezza della corrispondenza (art. 15), la libertà di circolazione (art. 16), la libertà di stampa (art. 21), il diritto alla difesa (art. 24), il diritto ad una retribuzione sufficiente (art. 36), il diritto all’assicurazione contro la disoccupazione, l’invalidità, gli infortuni e la vecchiaia (art. 38), il diritto alla proprietà privata (art. 42), la progressività del sistema tributario (art. 53). A quelli citati possono aggiungersi altri diritti tutelati da alcune cc.dd. norme generali dello stato o dai principi fondamentali dell’ordinamento giuridico, che, anche se non contenute direttamente nella carta costituzionale, sono pur sempre espressione di quei principi di Democrazia, Libertà, Eguaglianza e diritto al Lavoro, in essa preliminarmente affermati; così si può dire per la irretroattività delle imposizioni tributarie, di cui all’art. 3 della L. 212/2000 (c.d. statuto dei diritti del contribuente); per la irretroattività della legge penale (art. 2 c.p.); per la presunzione di innocenza, conseguente alla norma (art. 27 II c. Cost.) per cui nessuno può considerarsi colpevole fino alla sentenza definitiva di condanna; per le norme sulla giustizia amministrativa e per quelle sul “giusto processo”, che intendono porre lo stato ed il cittadino su un piano di eguaglianza processuale. Anche dalla semplice elencazione di questi concreti diritti fondamentali risaltano immediatamente agli occhi le più evidenti modifiche già ad essi apportate, e la generale ipocrisia della propaganda politica e della pubblicistica corrente. Il diritto al lavoro, grazie al progresso economico ed al clima politico moderato dei primi due decenni del dopoguerra, aveva raggiunto negli ultimi decenni del secolo scorso un grado soddisfacente di realizzazione, nel presupposto che il lavoratore non dovesse essere considerato solo un elemento del tutto variabile del sistema economico, alla stregua delle merci e dei prezzi, ma che avesse anche una valenza autonoma, una dignità propria, di peso maggiore degli altri, se non un valore assolutamente autonomo, quale fine e non strumento dell’attività economica. I risultati più positivi avevano riguardato una certa stabilità dei rapporti, una relativa pace sociale, un benessere diffuso, la trasformazione di una società agricola in una società industriale, il potenziamento delle imprese, una ridotta incidenza del tasso di disoccupazione, una generale fiducia nel futuro. Le norme sul precariato, dal c.d. pacchetto Treu alla c.d. legge Biagi, da quelle sulle co.co.co. (collaborazioni coordinate e continuate), a quelle sui lavori interinali e in affitto, sui lavori occasionali, sulle collaborazioni esterne e su tutte le altre forme di lavoro instabile, che avrebbero dovuto favorire le imprese e al contempo ridurre la disoccupazione, dopo un breve periodo illusorio non hanno retto all’impatto con la grande crisi: le aziende chiudono i battenti; i lavoratori vengono posti in cassa integrazione e licenziati; la disoccupazione ha raggiunto livelli intollerabili; i giovani non trovano lavoro; dilaga il lavoro non pagato (anche nelle forme ipocrite del c.d. volontariato o degli stage) o malpagato; il futuro appare troppo spesso incerto. Contro il principio della inviolabilità del domicilio sono spropositatamente aumentati, in anni recenti, i poteri degli uffici finanziari, che possono ora effettuare ispezioni indiscriminate, anche indipendentemente dal mandato della autorità giudiziaria (v. d.p.r. 131/86; d.p.r. 917/86; D.Lgs. 471/97); sono aumentate le intercettazioni ambientali; risultano, d’altra parte, tollerate le occupazioni abusive di case altrui. Contro il principio di eguaglianza di fronte alla legge, accanto al moltiplicarsi dei divieti, sono proliferati trattamenti di favore, esenzioni e permessi riservati alle diverse categorie di cittadini privilegiati, tanto da trasformare i centri cittadini da luoghi liberi in zone riservate a pochi fortunati. Macroscopica appare, altresì, la posizione di forza dello stato e della pubblica amministrazione di fronte ad un cittadino che per brevi ritardi nei pagamenti è sottoposto a sanzioni pecuniarie draconiane e ad interessi usuranti, mentre lo stato e la pubblica amministrazione possono permettersi impunemente di effettuare i rimborsi dovuti agli inermi cittadini con ritardi scandalosi. Contro la libertà e la segretezza della corrispondenza è aumentato smisuratamente il ricorso alle intercettazioni telefoniche e si prospettano incrementi delle intercettazioni nella corrispondenza informatica. Contro la libertà di circolazione proliferano pedaggi autostradali, di tangenziali e di bretelle, di trafori e di viadotti, per l’accesso ai parchi naturali, per l’ingresso alle città d’arte, per l’attraversamento dei valichi alpini; sono diventate usuali le zone a traffico limitato dei centri urbani, sono dilagate le strisce blu per i parcheggi a pagamento, sono aumentate le video camere ai semafori, le telecamere a circuito chiuso agli accessi ai centri storici e in tutti i luoghi pubblici e privati; sono state formate squadre specializzate (i cc. dd. “ausiliari del traffico”) che, sostenute da un apparato pubblico da guerra, costituiscono il primo esempio di vere e proprie ronde private, alla caccia di cittadini non clandestini, ma facilmente individuabili dai pubblici registri automobilistici. Contro la libertà di stampa, sono state introdotte sanzioni, pecuniarie e detentive, sempre più pesanti per i giornalisti che pubblicano notizie ritenute riservate, ma evidentemente già diffuse dai detentori; perdurano le norme sulla cosiddetta par condicio, che riservando un eguale trattamento a grandi e piccole organizzazioni politiche, mortificano, di fatto, quelle maggiormente rappresentative. Contro il diritto alla difesa giocano le cosiddette sanzioni ridotte in materia fiscale e di circolazione stradale per coloro che rinunciano a ricorrere alla giustizia; ciò equivale a dire che coloro che si avvalgono del diritto alla difesa sono costretti a pagare per rappresaglia sanzioni più pesanti, spesso raddoppiate o moltiplicate. Gioca, altresì, contro il diritto alla difesa, l’inversione dell’onere della prova previsto per le contravvenzioni al codice della strada ed ora per alcuni reati finanziari, per cui, contro il dettato costituzionale, il cittadino si considera colpevole fino a che non dimostri la sua innocenza. Contro il diritto ad una retribuzione dignitosa e sufficiente, così come contro il diritto alle assicurazioni sociali, giocano tutte le norme che favoriscono il lavoro precario, spesso privo di sufficienti garanzie sia in corso di rapporto, sia in caso di perdita del lavoro. In particolare, contro il diritto alle pensioni giocano molte delle ripetute riforme sulla materia, specialmente quelle che hanno sostituito il regime retributivo con quello contributivo, che renderà in breve le pensioni del tutto inadeguate ad assicurare una vita libera e dignitosa. Contro il diritto alla proprietà privata incidono le norme vincolistiche sulle locazioni, che impongono tipicità di contratti e durate prestabilite; le norme che impongono moratorie nei procedimenti di sfratto; quelle che allargano le possibilità di confische, di requisizioni, di pignoramenti e di sequestri degli immobili e del patrimonio mobiliare, a volte estesi anche a beni altrui, riconducibili in qualche modo alle persone indagate, e riguardanti persino casi di semplici ammende per violazione al codice della strada. Contro il diritto alla proprietà privata grava soprattutto la pesante pressione fiscale che, avendo raggiunto la percentuale media del Pil del 44%, pesa sui redditi di molti individui anche in percentuali molto più elevate: si tratta di una espropriazione quasi totale. Contro il principio della progressività del sistema fiscale incidono le norme che hanno sensibilmente ridotto la distanza tra le aliquote Irpef minime e quelle massime, le norme che prevedono aliquote fisse per le imposte sui consumi, le quali gravano in misura maggiore sulle categorie disagiate, che hanno notoriamente una maggiore propensione al consumo, nonché le norme sulla proprietà infruttifera e quelle sui semplici trasferimenti, che pesano in modo più intollerabile sui redditi bassi. Contro il principio della irretroattività della imposizioni tributarie costituisce una grave eccezione la norma (art. 10 L. 289/2002) che ha prolungato il periodo della prescrizione per le imposte soggette a condono fiscale e non condonate. Contro il segreto bancario è ormai generalizzata la possibilità degli uffici finanziari di accedere alle registrazioni dei conti, esteso l’obbligo della tracciabilità delle transazioni e sempre più perseguita la via di contrastare con ogni mezzo alcuni paradisi fiscali. In sintesi, le riforme che meglio potrebbero contrastare la crisi economica e finanziaria, come la riduzione della pressione fiscale, come la riforma delle regole sul risparmio, le banche e le borse e come quella che concerne la punizione dei responsabili della crisi, tardano ad essere perseguite. Quelle che potrebbero incidere su una migliore organizzazione delle istituzioni e dello Stato, come quella sulla elezione diretta del presidente del consiglio, quella sulla pubblica amministrazione, quella sulla giustizia e sulla tutela del parlamento e del governo dalle interferenze della magistratura politicizzata, quella sulle elezioni della camera e del senato e sulla reintroduzione delle preferenze, quelle sulle riduzioni delle spese improduttive (abolizione delle province, accorpamenti dei piccoli comuni, riduzione del numero dei parlamentari) tardano ad essere realizzate o sono realizzate in modo parziale. Contrariamente a quanto auspicato e preteso da tutti, la maggior parte delle riforme adottate, sia pure subdolamente o inavvertitamente, dall’uno o dall’altro schieramento politico, hanno riguardato soprattutto quei princìpi sempre dichiarati intoccabili. Il rischio reale è che la crisi possa riprendere, non sufficientemente contrastata il suo corso, forse lungo e doloroso, che lo Stato continui a riformare in modo impercettibile la prima parte della Costituzione, anziché l’ordinamento e le istituzioni, il risparmio e la borsa, la pressione fiscale. Il cittadino avvertirà sempre di più l’oppressione dello Stato, soprattutto quella fiscale, che limiterà la sua libertà di scelta. In ultima analisi, soffriranno la Democrazia, la Libertà, l’Uguaglianza, il Lavoro ed il benessere sociale, con tutte le loro derivazioni e specificazioni, ossia proprio quei principi inviolabili che tanto ipocritamente si sostiene di voler difendere.
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